Occorre una nuova cultura dell’ambiente che non veda la Terra come un bene da depredare ma una risorsa da preservare, guardando alle prossime generazioni preservando suolo, biodiversità e riducendo l’input energetico. Si può, – afferma Coordinamento Ambiente Tuscia –  partendo dalla Ns Provincia avendo coscienza delle problematiche e della loro soluzione

«In un recente convegno, promosso dall’Isde (medici per l’ambiente) di Campobasso, “Cambiamenti climatici – Salute, Agricoltura,Territorio”, è stato ricordato che, in queste ultime due settimane, due eventi a carattere mondiale, hanno messo a fuoco la questione delle questioni , il clima: la Conferenza annuale delle Nazioni Unite sul clima, che c’è stata giorni fa a Roma e l’incontro Cop 24, appena chiuso a Katowice in Polonia. In più la pubblicazione del Rapporto annuale dell’Unep (United Nations environment programme), che lancia più di un grido di allarme per l’aumento delle emissioni mondiali e l’insufficienza degli impegni nazionali presi a Parigi nel 2015 nell’incontro Cop 21. Solo 57 Paesi, che rappresentano il 60% delle emissioni mondiali, raggiungeranno il picco delle loro emissioni entro il 2030. Se le tendenze attuali proseguiranno, provocheranno, entro la fine del secolo un riscaldamento del pianeta di circa 3°C., ciò che farà dell’aumento delle temperature un dato costante.

Tutti d’accordo che c’è tanto da fare, e subito, per adeguarsi alle nuove esigenze di un’economia a impatto climatico zero, ma, nel frattempo diventa importante: la messa in discussione– se si vuole costruire una vera alternativa – del sistema che ha prodotto e continua a produrre disastri, disuguaglianze, paure; l’urgenza di azzerare i combustibili fossili; la capacità di aprirsi il prima possibile alla svolta, creando, attraverso la formazione, e l’informazione, incontri e confronti, il coinvolgimento più ampio possibile per capire e gestire i cambiamenti climatici e promuovere nuove culture.
Indispensabili per la messa in atto di nuove politiche per uno sviluppo economico-sociale e culturale alternativo a quello attuale, che ha dimostrato, di essere solo distruttivo e tutto e solo per il dio denaro.
Lo dimostrano l’urlo di dolore lanciato dalla Terra con la riduzione incalzante della biodiversità e la riduzione di fertilità dei terreni e di enormi superfici di suoli.
L’ultimo dato mondiale è di 12milioni di ettari, pari a tutta la Sau (Superficie agricola utilizzata) riferita all’Italia. Un’enormità! E tutto per l’idea propria di un sistema sempre più consumista che non ha il senso del limite, non conosce l’aggettivo “finito”.
Si tratta, volendo introdurre il tema dell’agricoltura, che mi sta a cuore, di capire il bisogno urgente della gestione e uso del bosco; della protezione e ripristino delle foreste, della salvaguardia delle zone umide e altri ecosistemi, di un nuovo modo di fare agricoltura, partendo dall’analisi dei disastri provocati dall’agricoltura industrializzata con l’uso sconsiderato delle arature profonde, le dosi crescenti di veleno date al terreno con i pesticidi, i concimi, e i farmaci dati agli animali allevati in modo intensivo.
Un modello, quello dell’agricoltura industrializzata, che ha portato l’agricoltura e la zootecnia, a diventare , subito dopo quella dei combustibili fossili, la seconda causa dei cambiamenti climatici in atto. Per onore del vero, è, però, l’agricoltura, sì artefice della situazione preoccupante che vive il clima, ma anche la vittima prima, insieme al territorio, dei cambiamenti climatici, se pensiamo alle alluvioni, alle grandinate, all’aridità, alle frane, agli smottamenti, che hanno il significato di perdite di produzione e mancato reddito. Soprattutto nei territori collinari e montani che sono tanta parte dell’Italia (77%) e la Tuscia nella sua complessità, visto che la pianura è meno del 20% e, come tale, non considerata statisticamente.
Un’agricoltura, quella industrializzata – dichiarata fallita, nell’Aprile scorso, dalla Fao – che ha avuto ed ha, come solo e unico obiettivo, la quantità, tutto a spese della fertilità del terreno, dell’ambiente, del paesaggio, delle buone tradizioni e, anche, se non soprattutto del clima che paga il prezzo più alto.
Un rapporto, agricoltura – clima, sicuramente contradditorio di fronte al bisogno di cibo oggi, con 7,5 miliardi di persone, sparsi su cinque continenti, che ne hanno bisogno, e, che, fra trent’anni, un tempo non lontano, diventeranno 10 miliardi da sfamare. Il 97% dell’attività agricola-zootecnica è destinata a produrre cibo, cioè ad assicurare quella sicurezza alimentare che già da qualche tempo comincia a mancare. Un problema, come il clima, che non preoccupa i governi, deve preoccupare noi, visto che la conseguenza è di arrivare in ritardo a mettere le pezze a un pantalone ormai tutto sfilacciato, volendo rappresentare l’economia, il tipo di sviluppo.
Il bisogno di un nuovo modo di gestire il territorio, la sostenibilità; di fare agricoltura, il biologico, non può essere più disatteso. La Tuscia ha tutto per essere una Provincia sostenibile e all’insegna del biologico, e, lo stesso discorso vale per l’Italia.
Una Provincia, una Regione ed un Paese che, per fortuna, hanno ancora un ricco patrimonio di biodiversità, con alcune colture che possono fare benissimo la differenza, e, penso a due in particolare: l’olivo, uno straordinario amico del clima con la sua capacità di catturare Co2 (10,65 Kg per ogni litro di olio prodotto) in cambio di ossigeno donato all’ambiente. L’albero che ha più possibilità di altre di resistere all’innalzamento delle temperature e di tornare a far rivivere i territori interni, oggi abbandonati, nel rispetto delle tradizioni. Si continua a plantumare il nocciolo che oltre a non essere una pianta autoctona è una monocoltura che poco si presta alle condizioni climatiche se impiantata a bassa quota s.l.m.
Per recuperare un terreno basta poco: tornare alle colture di rotazione, come fecero gli Etruschi dal III° al VI° sec AC, periodo in cui dovettero contrastare una mini era glaciale e poi un improvviso aumento della temperatura che salì fino all’Optimum Romano in cui Annibale passa le Alpi con gli Elefanti evidentemente perché con il grande caldo si sciolse la neve, proprio come accade oggi, i Romani per contrastare gli Elefanti gli scagliarono contro Tori Maremmani e Chianini dal peso di oltre 1 tonnellata, razze selezionate dagli antichi popoli proprio perché adattabili al cambiamento climatico.
Basta poco: l’approvazione di un piano olivicolo che pone, tra le tante necessità, la priorità del recupero degli oliveti abbandonati e di impianti per altri 600mila ettari, con divieto assoluto del superintensivo che al clima toglie e non dà. Metà dell’attuale superficie olivetata da aggiungere vuol dire: più ossigeno per l’atmosfera, più olio di qualità per il buon cibo, la salute e il benessere del consumatori di questo re degli alimenti, filo conduttore della Dieta Mediterranea. Se a questo aggiungiamo ad esempio nella provincia di Viterbo la canapicoltura industriale, saremo in grado nella rotazione di produrre fibra industriale atta a sostituire le fibre plastiche con quelle vegetali derivate dalla canapa e coltivare d’inverno ortaggi e frutta di stagione.
SE FACESSIMO QUESTO SUI 50,000 ETTARI INCOLTI DELLA TUSCIA PRODURREMMO UN PIL LOCALE DI OLTRE 1 MILIARDO E 200 MILIONI DI EURO, ALMENO 15,000 POSTI DI LAVORO IN UNA FILIERA TOTALMENTE GREEN ATTA A FAR RESPIRARE LA TERRA E TUTTI NOI E NON CONTINUARE A PRODURRE L’INUTILE.
Per dare un’idea di PIL prodotto, i quasi 50,000 ettari di nocciole producono un PIL totale di Filiera di meno di 400 milioni di euro, contribuendo grazie ai trattamenti chimici intensivi un inquinamento massivo ed ingiustificato, anche perché, tolti alcuni grandi operatori l’agricoltura del nocciolo è intesa come un’economia di prossimità, dove in una famiglia entrano 1 o 2 stipendi ed i tre ettari occorrono per far studiare i figli, avere liquidità nei momenti critici della vita, etc…. Noccioleti spremuti fino all’osso, recintati in modo che ci ritroviamo i cinghiali affamati nel capoluogo..l’importante è fare reddito come farlo o produrlo non importa anche se a scapito di intere comunità che si ammalano

In questa piccola rivoluzione agricola penso, anche, alle leguminose, piante miglioratrici con l’apporto di azoto, che ben si prestano a coprire il terreno e a proteggerlo, e, ancor più, a migliorarlo se il terreno è argilloso. Piante amiche del clima, Che dire poi dei legumi (fave, cicerchie, ceci, piselli, fagioli) e delle loro proteine nobili che tanto hanno alimentato le civiltà del Mediterraneo? La carne dei poveri che non inquina.

Sta qui, con la rinuncia alla chimica e altre scelte a favore del clima, la grande attualità del biologico, cioè di un modello improntato alla sostenibilità, capace di affermare sicurezza e sovranità alimentare insieme.Un Biologico a cui si aggiunge il ritorno alla canapicoltura che dagli etruschi al Rinascimento “fece ricchissima la Tuscia” che oggi non ha la memoria storica di ciò che fu!
Chiudo con un grazie agli amici dell’Isde, Gennaro Barone e Leo Terzano, che hanno organizzato e, con i loro interventi, arricchito l’evento. Grazie agli altri due bravissimi relatori, il metereologo Gianfranco Spensieri, e il geologo Sergio Baranello. Un grazie e, insieme, un invito a dare continuità a questi incontri, visti la partecipazione e l’interesse dei cittadini. Dare continuità è importante per far partire dal basso quel cambio di cultura e azioni che serve a stimolare, perché non si distragga, la classe politica e dirigente di questo nostro Paese e dello stesso Molise, il mondo della cultura. In pratica lavorare perché il clima sia una risorsa e non una paura.

L’INQUINAMENTO NELLA TUSCIA

I cittadini della provincia di Viterbo subiscono da decenni l’inquinamento atmosferico delle centrali elettriche, l’acqua all’arsenico, il radon nelle abitazioni, subiscono l’inquinamento prodotto da pesticidi e fertilizzanti di cui non si conosce l’effetto nel tempo e le conseguenze sulla salute.

IL Coordinamento Ambiente Tuscia ha partecipato il 26 giugno scorso alla presentazione del Rapporto 2018 del registro tumori della nostra provincia, nella sala conferenze della Cittadella della Salute di Viterbo, un evento importante per capire l’evoluzione delle patologie tumorali nella Tuscia per il periodo 2008-2012.
I dati del quinquennio, illustrati con grande chiarezza dalla responsabile del registro Angelita Brustolin, sono decisamente allarmanti: ogni anno nella nostra provincia si contano più di duemila nuovi casi di tumore maligno. Di questi 1110 sono uomini e 918 donne. Il 5,5% della popolazione della Tuscia ogni anno si ammala di cancro e i decessi sono un migliaio. da Tarquinia a Monterosi, da Civita a Graffignano passando per Viterbo, i tumori maligni prevalenti sono quelli che colpiscono la vescica e i polmoni.
Dalla lettura delle tabelle si evidenzia che la popolazione viterbese è particolarmente colpita da alcune tipologie di tumore. Nella popolazione maschile: 17% di tumori alla prostata, 16% al polmone, 14% al colon e 10% alla vescica. Tra le donne: 27% tumore alla mammella, 15% al colon, 6% al polmone, 6% le leucemie.
Un dato allarmante sul quale occorre aprire una seria e profonda riflessione, i cittadini della provincia di Viterbo subiscono da decenni l’inquinamento atmosferico delle centrali elettriche, l’acqua all’arsenico, il radon nelle abitazioni. Serve un deciso cambio di rotta: interventi per risanare e preservare l’ambiente naturale e maggiore prevenzione tra la popolazione viterbese, il 30% della quale decide di farsi curare in strutture ospedaliere romane o toscane.”

LE PRINCIPALI FONTI DI INQUINAMENTO:
VITERBO: dai primi anni 2000 da analisi al Depuratore della Guardia Costiera, la Magistratura impose d’ufficio il “revamping del Depuratore” in Strada Bagni, durante la Giunta Gabbianelli arrivarono dalla Regione € 2.600.000,00 per questo scopo, dirottati da altre amministrazioni per altri scopi, solo la Giunta Michelini nel 2017 ha richiesto nuovamente alla Regione la stessa cifra per “effettuare l’agognato revamping” ottenendola ma questa volta la Regione ne ha blindato l’uso, della serie “fate appalto, paghiamo noi da Roma..non si sa mai”, questo fatto insieme ad un PRG fermo dal 1974 ha di fatto incasinato la città, in quanto la maggior parte delle lottizzazioni residenziali e le ville “su terreno agricolo” non sono addotte al depuratore ma hanno installate fosse IMHOFF volutamente bucate in modo da disperdere i liquami nel terreno.
Solo queste 2 “piccolezze” hanno prodotto l’inquinamento massivo di tutte le falde acquifere cittadine e l’inquinamento del Fiume Marta che riceve tramite il fosso Urcionio e il Fosso Freddano (su cui scarica il Depuratore cittadino in Strada Bagni) i liquami più o meno depurati di oltre 70,000 individui, liquami che arrivano direttamente sul litorale di Tarquinia oltre a quelli provenienti dal Lago di Bolsena, ultimamente secondo l’UNITUS si è aggiunto a questo cocktail di inquinanti anche l’inquinamento da trattamento chimico che viene somministrato alle nuove colture del nocciolo, inquinanti che arrivano nelle falde acquifere profonde e dilavano tutte verso il Fiume Marta.
A questo si aggiunge il fenomeno delle piogge acide di cui Viterbo è vittima, causa un fenomeno atmosferico di bassa pressione, per mezzo del quale le piogge che trasportano inquinanti dal Nord “abbastanza letali”, se ne parlò per la prima volta durante un Convegno organizzato dal Comune (Giunta Marcoccia) in cui alcuni scienziati evidenziavano come questi inquinanti fossero in grado con il tempo, non solo di far ammalare migliaia di persone ma di far polverizzare le imponenti mura cittadine costituite da ignimbrite cimina che noi conosciamo con il nome di “peperino” che ha un grado di imbibizione (assorbimento dell’acqua) sul suo peso specifico del 47%.
Ultima e non meno importante “tragedia per Viterbo” consiste nell’ospitare una discarica interprovinciale nel mezzo di una zona di interesse storico culturale di grande importanza e nel mezzo di una zona industriale “denominata dell’acquarossa”, la seconda discarica del Lazio per volumi ed un impianto TMB (trattamento meccanico biologico) che ogni anno tratta circa 250,000 tonnellate di rifiuti urbani provenienti dall’ATO (Ambito Territoriale Ottimale) provenienti da 125 tra Comuni e società che includono Viterbo e Provincia, Rieti e Provincia, Roma Nord e alcuni Comuni della Bassa Umbria.
Mente i rifiuti biodegradabili vengono conferiti nella discarica di Monterazzano, in quanto a Viterbo il ciclo dei rifiuti non viene completato con la produzione di biogas e i rifiuti biodegradabili non vengono compostati ma interrati.
Ora, pensare che una (anzi due discariche) dove sono stati conferiti dagli anni 90 quasi 3 milioni di tonnellate di rifiuti non comporti una ricaduta sul territorio (ormai la città è arrivata li vicino nella sua espansione) è utopistico, malgrado ciò a 450 metri lineari dall’impianto TMB e Discarica su 50 ettari c’è il Mattatoio provinciale in cui arriva l’80% degli animali che vengono macellati in tutta la provincia, a circa 700 metri insiste un insediamento di prodotti ortofrutticoli provinciale davanti a cui da poco è stato presentato in conferenza dei servizi, il progetto per la realizzazione di un impianto di compostaggio da 50,000 tonnellate anno, nello stesso luogo insiste una rivendita di prodotti avicoli bio!!!
Oltre a ciò, visto il volume di rifiuti in entrata e uscita da questi impianti, si produce un inquinamento massivo di oltre 10,000 camion pesanti che arrivano e ripartono da Viterbo con il loro carico “puzzolente ed inquinante” che oltretutto passa in un’altra zona di grandissimo interesse storico culturale (Acquarossa) passando sopra un “ponte di cui si intravvedono le armature che fuoriescono dal cemento” e che fortunatamente il Sindaco attuale di Viterbo, Giovanni Arena ne ha evidenziato e denunciato la pericolosità e chiesto un’immediata verifica, nessuno vuole a Viterbo il crollo di “un Ponte Morandi locale”
L’uso massivo di autovetture private all’interno della città contribuisce fortemente all’inquinamento del ns capoluogo.

LAGO DI BOLSENA: Un fenomeno preoccupante, visti anche gli ultimi sviluppi dello scorso inverno in cui la Guardia di Finanza ha sequestrato nella camera ad ossigeno del depuratore Cobalb, circa 7,000 metri cubi equivalenti ad altrettante tonnellate di Rifiuti Solidi Speciali”, con conseguente rinvio a giudizio per reati ambientali del management del Cobalb stesso, che oggi “per mancanza di fondi” è pronto a “portare i registri in tribunale e dichiarare fallimento”. Anche qui oltre 60,000 individui ed attività che sversano costantemente nel Lago che ormai è in uno stato avanzato di “eutrofizzazione”. L’Europa aveva richiesto alla Regione Lazio un Piano di Protezione del Lago stesso, considerato sito SIC/ZPS (SITO DI IMPORTANZA COMUNITARIA/ZONA DI PROTEZIONE SPECIALE), la Regione ha risposto “dopo ben 6 anni” trasmettendo a Brussels un “Piano di Protezione del Lago” immediatamente bocciato dalla Commissione tecnica Europea con interruzione di finanziamenti comunitari per questo Lago e relativi Comuni sversanti liquami sul Lago che sono ben otto. Tutto ciò che si fa sul Lago può essere fatto solo con Fondi Strutturali che l’europa invia alla Regione. A questo vanno aggiunti gli sversamenti delle aziende agricole sul Lago che fanno uso di trattamenti chimici massivi.

LAGO DI VICO: Situazione tragica, evidenziata dall’ultimo dossier di Legambiente che ha portato in evidenza come il livello del Lago sia tenuto dai Comuni di Ronciglione e Caprarola “volutamente basso” per non far “inondare” durante le piogge le ormai migliaia di ettari di nocciole che si affacciano sul Lago. Le comunità locali usano il bacino del Lago di Vico come se fosse di “loro proprietà” con Comuni complici che si adoperano solo ed esclusivamente per l’economia delle proprie comunità a scapito di tutte le altre comunità del viterbese che pagano “bollette salate” alla multi utility che gestisce l’acqua, non più potabile da illo tempore, anche questo Lago in stato avanzato di eutrofizzazione con un tasso di mortalità tra gli stessi agricoltori che sembra più un rapporto di guerra dopo un bombardamento che non un “Lago che dovrebbe essere protetto dall’Ente regionale” in cui nemmeno una dei 3550 Enti presenti in Italia di controllo territoriale, riescono ad incidere minimamente su questo Bacino Idrico in cui pochi anni fa è stato eseguito al costo in 2 tranches di circa € 6 milioni dall’ARPA, la caratterizzazione minuziosa del Lago dove si installano dearsificatori, senza prendere in considerazione minima gli altri inquinanti letali tipo il nickel ed il cobalto.

FIUMI: Dalle ultime analisi effettuate dall’ARPA LAZIO su ordine del Prefetto sul Rio Vicano (emissario del Lago di Vico) e sul Fiume Marta (emissario del Lago di Bolsena) è stato evidenziato (risultato delle analisi) un “avanzato stato di degrado biologico delle acque), che ancora una volta ha sentenziato l’avanzato stato di eutrofizzazione di questi due Laghi, in pratica negli ultimi 60 metri nel Lago di Bolsena e nei 20 nel Lago di Vico il fiume è privo di ossigeno, che è sostituito dall’ammoniaca, in pratica il Fiume non riesce a respirare e terminare il suo effetto di riciclo spontaneo.
Sul Tevere nel tratto del Tevere Medio i circa 30 km che attraversano la Tuscia, un privato ha presentato un progetto per la realizzazione di ben 4 dighe a cui sia la Regione Umbria che la Regione Lazio hanno concesso il nullaosta di realizzazione, autorizzando il tutto tramite una determina firmata congiuntamente a livello Nazionale dal Ministero dell’Ambiente e dal Ministero dei Beni Culturali, che hanno trovato “una resistenza locale nulla sia degli Enti Locali che della popolazione di Graffigano, Bomarzo, Bassano in Teverina e Orte, forse non coscienti che l’innalzamento dell’alveo del Fiume produce un esteso fenomeno di nebbia con ricaduta immediata sul fragile ecosistema e la biodiversità presente nel Parco di Montecasoli in cui insistono specie vegetali ed animali di una certa unicità, all’interno di questo Parco Regionale insiste anche “il famoso Parco dei Mostri” che in caso di realizzazione di queste 4 dighe rimarrebbe sommerso da “nebbia perpetua” che arriverebbe velocemente nel capoluogo producendo una notevole perdita di qualità della vita e di valore immobiliare, nessuno acquista case dove insiste nebbia persistente e si sa anche che con la nebbia aumenta l’inquinamento dell’aria (vedi Nord Italia)

Al momento l’investitore non ha realizzato l’opera più per questioni climatiche che non per una forma di resistenza locale esercitata soprattutto da agguerrite formazioni di ambientalisti che hanno raccolto firme e presentato una marea di richieste al Minambiente il Coordinamento Ambiente Tuscia nasce sul Tevere)

LITORALE: In particolare dal Fiume Marta arriva a Tarquinia un Fiume che trasporta liquami mal depurati di 130,000 individui e inquinanti devastanti per l’ecosistema e per Tarquinia che in questi anni ha visto “calare drasticamente sia il turismo balneare che quello storico culturale”, Tarquinia insieme a CivitavecchiaAllimiere e Tolfa colpite anche dall’inquinamento di quello che è recensito come il 30° Impianto termo elettrico più inquinante del Mondo: la centrale a carbone di Torre Valdaliga di Civitavecchia nel centro della città che ogni anno per produrre grandi quantità di energia brucia dai 4 ai 5 milioni di tonnellate di carbone producendo (rapporto Regione studio epidemiologico del 2012) circa 900 morti premature e altrettante patologie, a questo si aggiunge il 4° inquinante del Mondo costituito dal traffico navale e dal bitume che viene consumato dalle navi per trasportare merci e persone, l’inquinamento navale è il 4° inquinamento che produce C02 nel Pianeta.
La centrale a carbone di Torrevaldaliga Nord (TVN) nasce dalla riconversione ad opera dell’Enel del vecchio impianto a olio combustibile. La Centrale emette ogni anno 10,3 milioni di tonnellate di CO2 per una produzione di 1980 MegaWatt (MW) di potenza e oltre 6 milioni di metri cubi l’ora di emissioni inquinanti varie. L’impianto, che ha un impatto devastante sull’ambiente e sulla salute degli abitanti di Civitavecchia, si inserisce in un territorio già duramente colpito da 50 anni di servitù energetica. Dal 1962 fino al 1986 sono stati infatti costruiti sul territorio 10 gruppi termoelettrici in un crescendo di dimensioni produttive:

1) Fiumaretta due gruppi (uno da 140 MW e uno da 240 MW) alimentati a olio combustibile. La centrale è stata chiusa da circa 10 anni;

2) Torrevaldaliga Sud, con quattro gruppi termoelettrici (uno da 200 MW e tre da 320 MW);

3) Torrevaldaliga Nord con quattro gruppi termoelettrici (660 MW e una ciminiera multi-camino di 250 metri di altezza, alimentata a olio combustibile).

La Centrale di Torrevaldaliga Nord presenta le seguenti caratteristiche:

– Capacità totale 1980 MW per produzione di energia elettrica.

– Emissione dello scarico in acqua, in aria ed in terra ( 6.300.000 mc di emissioni, per 17 ore al giorno e 6500 ore l’anno).

– L’immissione nell’atmosfera di 3450 t/a di ossidi di azoto, 2100 t/a di anidride solforosa, 260 t/a di polveri, 24 t/a di metalli pesanti (mercurio, vanadio, nichel, cadmio, cromo, ammoniaca).

– Per la produzione di elettricità vengono utilizzati carbone, gas naturale, gasolio, ceneri, calcare e gessi.

I dati sulla salute pubblica nel territorio di Civitavecchia parlano chiaro e sono allarmanti. La zona è al primo posto nel Lazio e al terzo in Italia per mortalità causata da tumori ai polmoni, alla trachea e ai bronchi, con leucemie e linfomi diffusi in maniera nettamente superiore rispetto alla media nazionale. Le emissioni di mercurio, arsenico e di polveri fini nell’aria espongono la popolazione a inquinamento da mercurio con gravi effetti sul sistema nervoso in via di sviluppo (feto, neonato e bambino).

Altre malattie riscontrate nella zona sono: asma, tumori (polmoni, fegato, vescica, rene, pelle, intestino, ecc.), infertilità maschile e malformazione dei feti.

MONTALTO DI CASTRO: Fino a 3 anni fa è rimasta in funzione dagli anni 80 la centrale Alessandro Volta di Montalto di Castro, la più grande centrale termoelettrica Italiana, chiusa dall’ENEL perché non più conveniente ma che in 30 anni di attività ha prodotto annualmente grande inquinamento:
Una storia travagliata quella della Centrale elettrica di Montalto di Castro, in provincia di Viterbo: una difficile convivenza con la popolazione, una riconversione post-nucleare che non ha dato i risultati sperati e inquinamento elevato soprattutto per un impianto che non lavora a pieno regime.

Nata nel 1982 come centrale elettronucleare Alto Lazio, l’impianto doveva avere due reattori a uranio leggermente arricchito moderati ad acqua leggera e raffreddati secondo lo schema ad acqua bollente. Come si vede infatti dalle mappe oscurata dalle foto aeree perché obiettivo sensibile. Non entrò però mai in funzione, dato che dopo il disastro di Chernobyl tra il 1988 e il 1990 vennero smantellate tutte le centrali a energia nucleare.

La decisione di Enel fu di convertire gli impianti, ormai pronti, a centrale termoelettrica sfruttando le prese per l’acqua a mare già realizzate: nasce così nel 1989 la centrale termoelettrica a policombustibile Alessandro Volta, la più potente d’Italia. Almeno sulla carta, dato che risulta tuttora sottoutilizzata (3.000 ore all’anno su un massimo teorico di più di 8.500): un po’ poco per essere costata, considerando tutti i lavori, oltre 7 mila miliardi di vecchie lire, e che produce quasi un milione di tonnellate di anidride carbonica all’anno.

La storia recente invece parla di energia green: il sito adiacente agli impianti dal 2009 è sede di uno dei più estesi parchi fotovoltaici italiani (da 44 MW), costruito da SunPower, che nel 2010 è stata la centrale fotovoltaica più produttiva al mondo.
In pratica abbiamo prodotto con la centrale in 30 anni circa 30 milioni di tonnellate di anidride carbonica, polveri sottili, ossidi di zolfo ed azoto che sono ricaduti sui terreni limitrofi per un raggio di almeno 70 km ma più che altro “respirati” dalle persone i cui alveoli non hanno difesa contro questo tipo di inquinamento che si insinua subdolamente all’interno del ns ciclo vitale del sangue producendo malattie terribili mortali o croniche.

L’INQUINAMENTO PROVENIENTE DAL MONTE AMIATA: Sul Monte Amiata insistono decine di centrali geotermiche ad Alta e Media Entalpia i cui inquinanti arrivano trasportati dal vento sulla Tuscia portando con se il loro carico mortale costituito da una quarantina di inquinanti letali per la salute dell’uomo e inquinanti che una volta depositati arrivano fino alle falde acquifere di profondità.
E’ stato presentato lo scorso anno proprio nel mese di Dicembre da Comitati Amiatini e Comitati e Coordinamenti del Viterbese, tra cui il ns, una diffida legale ai Comuni Amiatini di provvedere a Consigli

Comunali straordinari in cui secondo le normative Europee venga esercitata la VAS (Valutazione Ambientale Strategica) che sta a monte della VIA Regionale (Valutazione di Impatto Ambientale, trattasi di una concessione a realizzare l’impianto) in cui gli abitanti del territorio sono chiamati ad esprimersi sulla volontà delle stesse comunità di accettare o meno un impianto sul loro territorio, abbiamo scritto all’Europa che ha bloccato l’autorizzazione alla Regione Toscana a cui si è aggiunta la determina dell’attuale Ministro dell’Ambiente Costa di bloccare la variante al piano energetico della Toscana sul fronte della geotermia a media ed alta entalpia.

IL PERICOLO DI NUOVI INQUINAMENTI:
Nel Luglio del 2017 la Regione Lazio ha recepito una Direttiva Nazionale in cui nella Tuscia venivano concesse circa 150 permessi per progetti atti ad individuare risorse geotermiche in quasi tutti i Comuni della Tuscia con decine di permessi e licenze già concessi (uno a 300 metri dall’Ospedale Provinciale di Belcolle a Viterbo), sul decreto esiste già la possibilità, in caso che la risorsa venga individuata nei Laghi o sul litorale, di realizzare impianti offshore geotermici, delle verie e proprie piattaforme similpetrolifere.
Immaginate una quarantina di centrali geotermiche da 20 MGW installati nella provincia di Viterbo, non sono solo in grado di cambiare e riscaldare l’atmosfera ma anche di produrre gli stessi inquinanti prodotti dal carbone combusto, in pratica nella Tuscia assisteremmo ad un’ecatombe raddoppiando le patologie già in essere e bloccando la maggior parte delle colture agricole che una volta che l’acido solfridico emesso fai fumi inquinanti dalle centrali, sotto forma di zolfo, si deposita sulle foglie delle colture agricole ne inibisce la fioritura e quindi ne compromette irremidiabilmente la produzione.
IL Progetto o meglio i progetti sono in itinere, la Regione Lazio si dichiara contraria ma ad oggi non ha realizzato la famosa mappatura idro geotermica termale e continuando su questa strada, i progetti rimangono autorizzati dal Nazionale con la particolarità della retroattività in quanto anche se l’attuale Governo li blocca, essendo stati autorizzati in precedenza sarebbero vietati ma non proibiti (il terremoto in Emilia Romagna si è verificato per la stessa situazione).
In mezzo a questa incertezza, dovuta alle decisioni lente o volutamente lente da parte di politici ormai asserviti più a Lobby industriali e bancarie che non ad un volere popolare, gli Impianti potrebbero essere realizzati, non potendo contare la comunità su Sindaci locali o popolazioni che esercitino un minimo di ersistenza a protezione della loro salute.
L’azione dei Comitati e dei Coordinamenti Ambientalisti Indipedenti (non emanazione di partiti ma di volontà popolare) si sono manifestati con il diniego da parte della Conferenza dei Servizi Nazionale di procedere con la realizzazione dell’Impianto geotermico di Torre Alfina, è bastato inviare alla Conferenza dei Servizi Nazionale un testo universitario in cui era ben descritto l’episodio di blow-out (esplosione della trivella) occorso nel 1973 a Torre Alfina nel pozzo Alfina 1 per far “desistere i tecnici dal firmare ed autorizzare un impianto potenzialmente pericoloso”, i tecnici chiaramente lo hanno bocciato in quanto una volta apposta la firma ne sarebbero stati “direttamente responsabili con pene giudiziarie molto pesanti”

L’ACQUA POTABILE NELLA TUSCIA:
Come voi tutti sapete l’acqua potabile nel Mondo in percentuale costituisce solo il 3% di tutta l’acqua presente nel Pianeta e visto il massivo inquinamento da più fonti nella Tuscia, il ns livello di acqua potabile è arrivato sotto l’1%, è potabile solo l’acqua proveniente da fonti in alta quota.

LE SOLUZIONI
Consistono nel creare una task force con un Responsabile Provinciale con “poteri assoluti” coadiuvato anche dai Comitati e Coordinamenti Ambientalisti che hanno un proprio Comitato Scientifico che al momento sono le uniche forze in campo che hanno prodotto risultati effettivi sui territori. Finchè ci saranno Commissioni politiche non ne usciremo visto il rapporto ISTAT sulla corruzione in seno alla politica che sembra seguire più direttive imposte da Lobby industriali e bancarie che non al buon senso e alla lungimiranza.
Come Coordinamento Ambiente Tuscia in questi anni abbiamo raccolto importanti dossier ambientali tramite cui possiamo confrontarci “seriamente con Istituzioni e politica” anche se la Ns azione in questi anni è consistita nella presentazione di esposti/denuncia o di opposizioni nelle conferenze dei Servizi Nazionali e Regionali, ottenendo risultati impensabili per il piccolo numero di attivisti dai quali sono scaturite le iniziative.
Sulla passività indotta dalle comunità locali e dai loro Sindaci davanti a questi problemi crediamo che la sede opportuna sia quella sociologica in grado di farci capire le cause profonde di tanta passività
Come preannunciato all’inizio del ns comunicato: occorre una nuova cultura dell’ambiente che non veda la Terra come un bene da depredare ma una risorsa da preservare, guardando alle prossime generazioni preservando suolo, biodiversità e riducendo l’input energetico. Si può, partendo dalla Ns Provincia avendo coscienza delle problematiche e della loro soluzione, coscienti che solo le Comunità Locali siano in grado di contrastare questi “livelli di degrado”».

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