Francesco Chiucchiurlotto
Francesco Chiucchiurlotto

VITERBO – Dire: “Ipse dixit”, è stato un modo che per secoli, pressappoco dal IV secolo a.C. all’Illuminismo, chiudeva ogni discussione dotta, ogni questione filosofica, ogni confronto dialettico; “Egli lo disse”, lo affermava, lo sosteneva, quindi inutile parlarne in altro modo; basta leggerlo non si può insistere nell’errore.

Quell’”ipse” era riferito ad Aristotele che incarnava la summa della sapienza spendibile sulla terra, identificava quell’età dell’oro del mondo e della specie umana che era andato poi via via degradando e che ancora allora primeggiava in modo incontrastato.

Faccio questo riferimento per cogliere uno spunto sull’importanza della parola, naturalmente scritta ed orale, sulle costruzioni che si possono realizzare con le parole, sui discorsi che collegano, organizzano, mobilitano, esaltano, asserviscono, gli umani.
Aristotele ha scritto un paio di millenni fa un trattato sulla Retorica che è validissimo ancor oggi, semplicemente perché l’animo umano nonostante tutto, cioè tutto quel che è successo in fatti, epoche, evi, ere, è rimasto sostanzialmente lo stesso: sensibile al suono ed alla lettera delle parole.

In questo ragionamento mi interessa un particolare aspetto della retorica, il linguaggio pubblico, dalla padronanza del quale in grande misura dipende l’esercizio del potere.

Già con Pericle veniva considerato dannoso non premettere all’agire, alla forza dei fatti, un dibattito sugli elementi costitutivi dell’azione; e la libertà aveva un’accezione diversa dalla nostra, intima e personalistica; era la possibilità dei maschi liberi di poter intervenire negli affari dello Stato.

La retorica aristotelica viene mostrata nelle sue componenti di “ethos”, quanto a l’ impressione fisica, personale, gestuale, comportamentale, che l’oratore dimostri; poi di pathos, quanto a sentimenti, suggestioni, ricordi, umori egli susciti, e ne segue una catalogazione di modi e caratteristiche.

L’altro giorno abbiamo avuto al Teatro Eliseo per il decennale del PD, un triplice esempio di retorica pubblica: sono intervenuti nell’ordine, che era un ordine di importanza, Veltroni, Gentiloni, Renzi.

Walter Veltroni ha letto un intervento vibrante con un ritmo recitativo mirato all’emozione e con tempi di narrazione che inevitabilmente finivano per suscitare applausi; leggeva anche alla famosa manifestazione del Circo Massimo, attraverso due leggii trasparenti ai suoi lati, sui quali scorreva il discorso, ma pochi se accorsero.

Paolo Gentiloni, sia per cadenza che tono della voce, non esprime ne comunica sensazioni; si aiuta molto con le mani e le braccia ed affida al contenuto, più che alla forma gli effetti attesi di consenso e plauso.

Il vero fenomeno retorico è Matteo Renzi; sembra che parli a braccio e Eugenio Scalfari nel suo domenicale lo ha rimarcato; ma invece parla a memoria, una memoria che prodigiosamente ha coltivato come concorrente di quiz televisivi, e che mette a frutto su una traccia di pochi fogli.

Aristotele analizzava nella sua opera anche due difetti, che a detta dei suoi contemporanei causarono la crisi della politica greca e la decadenza delle poleis: l’”alazoneia”, la sbruffonaggine esagerata ,e l’”aeroneia”, la dissimulazione ironica: nell’auspicio che non siano così pericolose, a chi dei tre attribuirle?

Francesco Chiucchiurlotto (Res 114)

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