Francesco Chiucchiurlotto

 

VITERBO – L’Italia dal centro, al sud, alla Sicilia impunemente brucia; sarà interessante verificare quali effetti elettorali avrà tutto ciò, unito al degrado delle periferie urbane, all’invasione migranti, al caos politico; ma non c’è da essere raffinati politologi per prevedere una risposta collettiva di segno populista o di destra.

Avremo tempo e modo di verificarlo; ma il fatto che gli incendi si siano moltiplicati, che in un mese ne siano occorsi quanto in tutto il 2016, e non è ancora finita, pone delle domande ed esige una analisi puntuale.

I danni sono incalcolabili sia sul versante del pericolo diretto per l’uomo, si contano i primi morti, che quello per le cose: case e beni materiali distrutti; inoltre la perdita di vegetazione indurrà l’instabilità del suolo e dei versanti montuosi e collinari, presagio di nuove catastrofi.

La totalità degli incendi è per mano dell’uomo: per distrazione, ma pochissimi i casi di fuoco uscito dal controllo; opera di piromani per patologia od imitazione e qualche caso di questo tipo c’è; nella stragrande maggioranza dei casi è opera di criminali incendiari per motivi legati ad interessi illeciti, personali o su commissione (nuovi pascoli ed aree residenziali, azioni ed interventi di rimboschimento come occasioni di lavoro, lucro da prevenzione e forse anche spegnimento ed altre simili fattispecie) .

Ma a questi fattori vanno aggiunte le particolari condizioni atmosferiche di questa che si conferma essere una delle stagioni più torride di sempre e quanto le istituzioni chiamate a fare sorveglianza, prevenzione, intervento, non sembrano più in grado di saper fare.

Quest’ultimo aspetto va analizzato con attenzione perché costituisce una immediata e possibile risposta al problema: dal 2017 il Corpo Forestale dello Stato è stato dismesso e fuso con l’Arma dei Carabinieri; a mio parere per una malintesa forma di risparmio che come avvenuto con le Province si rivela essere un boomerang.

Le competenze della Forestale sono passate in parte ai CC per la sorveglianza ed in parte ai Vigili del Fuoco per l’antincendio e tanto per non farci mancare niente in tema di differenziazione, tali funzioni sono rimaste com’erano nelle 5 Regioni a Statuto Speciale, cioè abbiamo cinque piccoli Corpi Regionali; chi farà i diradamenti dei boschi in senso orizzontale e verticale può impedire la propagazione degli incendi; la pulizia del sottobosco dalle ramaglie e vegetali secchi; il pattugliamento dei boschi nei mesi a rischio?

Le politiche forestali e quindi anche quelle di prevenzione e intervento antincendio, sono a livello regionale coordinate dal Ministero competente, ma dopo la (ennesima) dissennata riforma non è stata ancora attivata la Direzione Generale Foreste, la testa del Corpo.

C’è poi tutta l’azione programmatoria delle Regioni per la prevenzione fatta dalle Province e dalle Comunità Montane, con il coinvolgimento dei Comuni e basata sull’intervento di giovani avvistatori di incendi collegati con i Vigili del Fuoco o la locale Protezione Civile; tempo addietro si svolsero interventi con progetti trimestrali di comprovata efficacia.

Se si pensa al danno subito in termini di vegetazione, manufatti e vite umane, cui vanno aggiunti i costi di spegnimento (un solo scarico di acqua dalla pancia di un Canadair costa circa 1500 euro, e se ne stanno facendo migliaia…) vale o no la pena di rivedere sia l’assetto istituzionale mal riformato sia le priorità d’investimento sui territori, dando poi occupazione?

Francesco Chiucchiurlotto (RES PUBLICA 96)

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