L’altra sera ho partecipato ad una conferenza indetta dal benemerito comitato “Non ce la beviamo”, da anni impegnato sul fronte rivendicativo per l’acqua pubblica, e sono tornato a casa con un forte mal di testa: non perché gli argomenti trattati fossero così ostici da comportare una concentrazione eccessiva, ma semplicemente perché essa è servita per decifrare gli interventi distorti e rimbombanti emessi da un impianto di amplificazione assolutamente inadeguato.

Confido nella sensibilità di Giovanni Arena per concedere, oltre alla magnifica sala affrescata, una decente impiantistica di amplificazione.

Il tema è quello della proposta di legge presentata da Federica Daga del M5S, che sino al 18 pv è oggetto di audizioni da parte di soggetti pubblici e privati.

I cardini della proposta sono fortemente innovativi: la ripubblicizzazione del sistema idrico è conseguente al fallimento della privatizzazione precedentemente introdotta nel 1994 dalla legge Galli; l’acqua bene comune non deve essere finanziata soltanto dalla tariffa a carico dei cittadini, ma anche dalla fiscalità generale, come la gran parte dei servizi pubblici, garantendo 50 litri al giorno gratuiti secondo una risoluzione ONU; il servizio potrà essere svolto in modo unitario e non univoco, cioè captazione, distribuzione e smaltimento potranno essere gestiti da soggetti diversi; la gestione dell’acqua potabile sarà affidata soltanto ad istituzioni pubbliche, in economia ed attraverso aziende speciali L’azienda speciale è un ente strumentale dell’ente locale dotato di personalità giuridica, di autonomia imprenditoriale e di proprio statuto, approvato dal consiglio comunale o provinciale. L’azienda speciale conforma la propria gestione ai principi contabili generali contenuti nell’allegato n. 1 al decreto legislativo 23 giugno 2011, n. 118, e successive modificazioni, ed ai principi del codice civile. (art.114 TUEL)

Una vera rivoluzione copernicana, che affida ai Comuni, alle Comunità Montane ed alle Province una autonomia di scelta inusitata; i Comuni sino a 5000 abitanti che siano però in grado di gestire l’intero ciclo idrico, hanno la facoltà all’interno di Comunità Montane o unioni e consorzi, di non appartenere al bacino, di norma provinciale.

Ora non è che la gestione pubblica sia di per sé miracolistica ed accanto all’autonomia degli EE LL deve sempre corrispondere una adeguata e proporzionale responsabilità e quindi saggiamente la legge prevede un periodo transitorio per rodare il sistema.

La gestione è affidata ad un Consiglio di Bacino Idrografico, composto da Province, Comuni, Unioni, Comunità Montane; non si capisce però perché mettere insieme tanti soggetti quando l’ente preposto al coordinamento ed a servizi a rete e d’area vasta è la Provincia, che come gestisce strade, scuole, ambiente potrebbe farlo anche con l’acqua.

Ma le critiche sono varie: da parte delle OO SS, che temono per i posti di lavoro ed hanno indetto già uno sciopero per il 17 pv; naturalmente i gestori privati o società a capitale misto, che rivendicano la bontà dell’”industria dell’acqua” e delle economie di scala e sparano sul ricorso alla fiscalità generale.

Anche se di certo investimenti significativi da parte dei privati in questi anni non se ne sono visti, mentre proliferano gestioni fallimentari per la qualità del servizio e dell’acqua e indebitamenti a gogo.

Non sarà facile portare a casa questo provvedimento, anche perché, e la conferenza dell’altro giorno l’ha dimostrato, c’è scarsa informazione tra i cittadini e purtroppo anche tra i Sindaci.

Francesco Chiucchiurlotto

L’acqua pubblica è una realtà