La rivolta dei pezzenti o “ des gueux”, fu un movimento insurrezionale popolare che ebbe luogo nei  Paesi Bassi a dominazione spagnola, a partire dal  1566.

Il termine “gueux , pezzenti” fu fatto proprio dagli insorti quando vennero a sapere che così li definiva con disprezzo Charles De Berlaymont allora consigliere del Governatore generale dei Paesi Bassi, che per rassicurare Margherita d’Austria le disse: «… ma non sono che pezzenti».

Ma a partire dal  1568 l’insurrezione si trasformò in una vera e propria guerra per l’indipendenza delle Province olandesi, poi riconosciute indipendenti dalla Spagna quasi un secolo dopo, tanto che fu chiamata la guerra dei cento anni.

Mal incolse il Presidente francese Nicolas Sarkozy nel 2010 durante i primi cenni di rivolta delle banlieux parigine a chiamare i manifestanti “ racaille”, marmaglia; non fece altro che gettare benzina sul fuoco.

Così con i gilet gialli e gli altezzosi commenti iniziali di Macron.

Insomma trarre dagli avversari spunti e denominazioni per manifestare il proprio dissenso o la propria rivolta proprio a loro indirizzati, è un classico storico.

Così il vantarsi che l’iniziativa di Matteo Salvini a Bologna avrebbe costretto i partecipanti a stare stretti come sardine per il successo che essa avrebbe riscosso, ha suscitato un movimento senza precedenti che va a bilanciare quelle pulsioni populiste, ma anche popolari, che riempiono piazze e teatri col verbo leghista.

Tutti si chiedono che fine farà il movimento “Sardinista”, un po’ come si chiedono dove andrà a parare quello di Greta Thurberg, anche se questo è profondamente diverso e di caratura veramente globale come lo è il riscaldamento che anche in questo tiepido dicembre tropical pluviale, ci interroga; intanto si sono liberate energie sopite da tempo.

I movimenti, lo dice il vocabolo, “si muovono”, quindi vanno e vengono e magari vanno e non tornano; niente delle loro dinamiche fa presagire una direzione, uno scopo, uno sbocco purchessia.

La “Pantera degli anni ’90, i viola, i girotondi, le aggregazioni spontanee; il fare politica in modo sporadico ed occasionale, come una nuova forma di partecipazione che potesse trovare una continuità nell’uso del tempo libero di ciascuno di noi, fu anche teorizzata da gruppi intellettuali raccolti intorno a riviste e mensili di analisi ed elaborazione.

Ne è rimasto ben poco, in termini organizzativi e strutturali, di simboli duraturi ed emblematici, di pezzi di classe dirigente ancora in campo; ma attenzione che accanto o prima di ogni mutamento politico, foss’anche uno smottamento, uno tsunami o un zero virgola, c’è una trasformazione culturale, un cambio di senso comune; una story telling che cambia narrazione, verbi ed aggettivi, proposizioni e sintassi.

Credo che questo stiano facendo le SARDINE, dopo anni di “esso, issa e ‘o malamente”, di paure indotte e macroscopiche bugie, assorbite anche perché senza alternative credibili.

Stanno dicendo: ragioniamo con la nostra testa; conosciamo la storia che abbiamo alle spalle ed evitiamo di ripeterne brutture e drammi; c’è un altro modo di pensare e di affrontare i problemi, al di là di quel che offre il mercato politico di sinistra alternativo al Salvinismo, che ancor oggi è diviso, confuso, imbelle.

Se torneranno al voto i delusi e gli sconfitti, e voteranno le nuove generazioni, le Sardine non saranno messe nelle scatole di latta del populismo, ma navigheranno verso nuovi mari.

Francesco Chiucchiurlotto