Il prossimo anno ed il successivo avremo due centenari da ricordare, che fan tremare le vene ed i polsi, di dantesca memoria (ci sarà, a proposito, anche Padre Dante tra i commemorati essendo morto nel 1321).

Il 21 gennaio p.v. il centenario della fondazione a Livorno del Partito Comunista d’Italia, come sezione della III Internazionale guidata da Lenin; nel 2022 quello della Marcia su Roma guidata da Mussolini; entrambi gli eventi resi vivi ed attuali dalla pubblicistica contemporanea, piuttosto che dal vigore di movimenti nostalgici.

Chissà che non si possa trarre buone e serene indicazioni per l’oggi da queste due date, anche se quasi mai la storia è stata per gli umani “magistra vitae”.
Intanto dal prossimo gennaio, già dalla portata attribuita alla ricorrenza da eventi, cerimonie, dibattiti e dall’enfasi mediatica che la politica nostrana potrebbe conferirgli, ne capiremo qualcosa; ma sin d’ora alcuni temi interessanti sono stati posti e vale la pena discuterne.

Il fil rouge, è proprio il caso, che si è dipanato da Livorno con la leadership di Amadeo Bordiga, congresso definito da Gramsci che non vi intervenne “… un disastro!”, si interruppe 5 anni dopo al III congresso a Lione con un nuovo gruppo dirigente ed un nuovo partito.
Da allora per 65 anni sino alla Bolognina, il PCI nella clandestinità e nella Resistenza, dalla svolta di Salerno alla cacciata dal governo di De Gasperi, alle elezioni del 1948; nel cuore del confronto sociale, sindacale, culturale degli anni ’50 e ’60, come argine al terrorismo e come protagonista della politica del Compromesso Storico in quelli ’70; sia come dura opposizione che come partnership consociativa, è stato sempre tra i protagonisti della nostra politica nazionale ed internazionale.

Il tema della continuità coerente e solida di un impianto ideologico fatto proprio dai gruppi dirigenti che si sono succeduti da Togliatti a Berlinguer, è comunque figlia dello strappo di Livorno, perché quella lacerazione che ha facilitato per tante ragioni l’ascesa di Mussolini, si è mantenuta impedendo la ricomposizione con la sinistra socialdemocratica ed azionista, PSI, PSDI, PRI, ed ha rappresentato, accanto ad un prezioso ruolo progressivo e garantista sulla Costituzione, un’occasione storica mancata che pesa ancora ai nostri giorni.
L’altro spunto che ne deriva riguarda il blocco sociale di riferimento del PCI, teorizzato da Gramsci ed attuato con fine intelligenza politica da Togliatti, con al centro la classe operaia ed i suoi interessi, organicamente alleata con i ceti medi ed intellettuali, cui forniva cultura, motivazioni, ruolo.
Di entrambi gli aspetti oggi non resta niente: nessun impianto ideologico, ma neanche strategico, culturale, teorico; si vive alla giornata; nessun blocco sociale, perché la globalizzazione ha spazzato via i vecchi parametri e paradigmi di riferimento.
Per questo le frettolose teorizzazioni tratte dalla vittoria di Biden per cui “ si vince al centro”, e la riproposizione di una Terza Via Blairiana alla Renzi non convincono: quale centro? Quali classi sociali, quali ceti, quali dimenticati, quali moltitudini?

Dal PCI andrebbe tratto invece, il rigore ferreo dell’analisi, la serietà altruistica e la coerenza ad ogni costo dei gruppi dirigenti, merci rare oggi che neanche AMAZON può fornire.

Francesco Chiucchiurlotto