Burocrazia

Insomma, la burocrazia di per sé non è né buona né cattiva, ma indispensabile in una società contemporanea; in vari periodi storici la crisi di certi Stati è stata rallentata da una massiccia e pervasiva espansione di procedure, canoni ed uffici burocratici, con cui il potere centrale controlla quelli periferici; l’apparato burocratico diviene anche spesso, e talvolta soprattutto, clientelismo, autoreferenzialità, micro potere diffuso.

L’origine della degenerazione burocratica alla quale oggi assistiamo, si annida nella cultura dell’adempimento e si cura con la cultura del risultato, di cui siamo quasi del tutto sprovvisti.

La cultura dell’adempimento è lontana dall’etica della responsabilità di weberiana memoria, anzi ne rappresenta la negazione: c’è sempre qualcuno o qualcosa a cui attribuire il motivo di un proprio comportamento, indipendente ed assoluto da quel che viene chiesto, che serve, che si dovrebbe ottenere.

Lo sforzo di questo genere di burocrazia è cercare protezione, sicurezza, prestigio nella norma, nella sua complessità e soprattutto nella sua pervasività parcellizzata che contempli ogni singolo caso, riempia ogni piega ed anfratto dell’umana casistica e fattispecie.
E’ quindi nella norma, nella regolamentazione della sua elaborazione, nelle finalità che le si affidano, negli scopi che essa deve conseguire e soprattutto nei poteri che deve attribuire o consolidare, che si annida la cultura dell’adempimento.

La tendenza recentemente sperimentata, favorita dall’impulso che l’informatizzazione e la mediatizzazione hanno dato alla nostra società, è quella dell’illusione del potere diretto centro-periferia; della catena di comando cortissima dal vertice alla base; della disintermediazione dei poteri di supporto, supplenza, partecipazione, non funzionali al nuovo sistema (populistico) del capo e del suo popolo.

Illusione, perché non ha platealmente funzionato ed anzi ha provocato solo guai, che ancora non riusciamo a rimediare, anche se politicamente da questa cultura si recede ancora troppo lentamente, ma comunque si recede.
La “cultura del risultato”: cioè la norma deve tendere a controllare i suoi effetti piuttosto che verificare i suoi adempimenti e per fare ciò deve essere semplice, corta, comprensibile; la catena di comando della sua applicazione deve essere invece allungata sino al punto del contatto con gli interessi da tutelare o contrastare.

Già dalla Corte Costituzionale ci viene la condanna delle misure legislative di dettaglio, della particolarizzazione delle procedure, dell’imposizione di endoprocedimenti, dell’uso diffuso dei decreti attuativi, dei regolamenti a strati: nazionali, regionali, periferici: invano!
La burocrazia pandemica si nutre di tutto ciò; migliaia di impiegati pubblici e privati divengono necessari per la sua gestione; proprio così come i legislatori parlamentari giustificano il loro ruolo ed il loro status con la produzione di norme.
La riduzione del numero dei parlamentari, che nel post Covid19 tornerà attuale, può servire proprio a ridurre questa incontinente produzione di leggi ed anche e soprattutto a creare una occasione unica per ripensare il funzionamento delle nostre istituzioni, a cominciare da Camera e Senato, ispirandole alla cultura del risultato.

Di questa cultura abbiamo avuto un esempio lampante nella sua didattica, in Cina nel 1979; alla morte di Mao, Deng Xiaoping pubblica una sorta di manifesto: ”La pratica è l’unica misura della verità” (sembra di ascoltare Galileo Galilei ed il suo metodo scientifico); poi individua nella regione tra Canton ed Hong Kong, il Guang Dong, il terreno di una sperimentazione socioeconomica deregolata e dal basso; tutto ciò che funziona e produce profitto va bene.

Da allora il turbocapitalismo cinese, nel bene e nel male, si è imposto nel mondo.
Da noi una turbo-burocrazia pandemica ci sta lentamente affondando.

Francesco Chiucchiurlotto