Bei tempi quando il capitalismo era identificato dal panzone col cilindro con il gilet pieno di banconote ed il proletariato dagli operai con le maniche di camicia rimboccate e logore ed i contadini laceri ed emaciati con la zappa in mano.

Era tutto chiaro per chi volesse prendere posizione pro o contro: Adam Smith e David Ricardo, pur con differenze, avevano descritto i processi di accumulazione capitalista e le dinamiche dai fattori di produzione; Carl Marx distinguendo struttura e sovrastruttura del capitale aveva aperto praterie di interpretazioni e teorie palingenetiche, sino a farne strategie militanti, partiti politici, rivolgimenti sociali, rivoluzioni.

Per circa un secolo, dal 1848 data dell’Uscita del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, sino al secondo dopoguerra, le due posizioni si sono sostenute, contaminate, influenzate a vicenda, cambiando la geopolitica degli stati, sino, per dirla con linguaggio sessantottesco, al complicare la contraddizione dialettica principale di capitale/lavoro, con la finanziarizzazione del profitto e quindi l’immaterialità del dominio economico su quello politico.

Non ci si è poi capito più molto: monetaristi e terza via, caduta del muro di Berlino e globalizzazione, movimenti no-global e turbocapitalismo cinese ed in parte russo, Greta Thunberg e Gruppo Bildenberg, Silk Road e sovranismo populista.

Il primo luglio scorso si sono celebrati in Cina in pompa magna i riti per il centenario del Partito Comunista Cinese, l’unico sopravvissuto presso che intatto alle decine di partiti “fratelli” del novecento, travolti dalla storia della loro inadeguatezza a leggere il presente e quindi programmare il futuro.

Alcuni anni cruciali de PCC: 1921 fondazione a Shangai; 1949 vittoria della rivoluzione maoista; 1979 avvio della sperimentazione del capitalismo di stato di Deng Xiaoping.

E’ quest’ultimo il momento cruciale in cui le due teorie storiche, i filoni culturali, etici, politici del socialismo reale e del capitalismo a guida americana si amalgamano sino a diventare qualcosa di nuovo ed inusitato, che qualcuno ha chiamato turbocapitalismo cinese.

“Il colore del gatto non conta se prende i topi”; pragmatismo, innovazione, guida politica del Partito: nascono nella regione limitrofa ad Hong Kong  le ZES, zone ad economia speciale, liberate da lacci e laccioli burocratici ed ideologici come l’egualitarismo o il dogma marxista del: “a ciascuno secondo il suo bisogno”, che diviene il meritocratico “a ciascuno secondo il suo lavoro”.

Applicato il metodo vincente su un miliardo e 400 milioni di persone, in gran parte povere ed anche malnutrite, la Cina diviene una superpotenza economica globale, a sua volta imperialista lungo la via della seta che si allunga in Africa, nel Sud America, perfino nell’Europa degli Orban e dei Caschinsky.

Il prezzo di tutto ciò è quello che noi chiamiamo libertà individuali, diritti inalienabili, beni comuni; unire il vigore del capitalismo con l’autoritarismo di un partito onnipotente ha creato un sistema quasi perfetto di produzione di ricchezza e di esercizio di potere che si è  globalizzato e che rischia di essere la forma mutante del capitalismo possibile, la sfida complessa e definitiva tra oriente ed occidente, la variante Delta (da Deng) dei capitalismi.

Francesco Chiucchiurlotto