Francesco Chiucchiurlotto
Francesco Chiucchiurlotto

VITERBO – Dal 5 novembre 1968 frequentavo le lezioni alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma ed ai primi di dicembre arrivai lì nel pomeriggio.

Il casino era indescrivibile: migliaia di giovani che si muovevano fuori e dentro i cancelli dell’Università; il Viale d’accesso, gremito di gente che stava formando un corteo, passanti, curiosi, studenti che si allontanavano ed altri che accorrevano; fotografi ovunque e ad un tratto la Celere, la motorizzata cavalleria d’assalto della Polizia di Stato, in quella che credo sia stata una delle sue ultime cariche.

I gipponi entrarono a tutta velocità nella piazza facendo il vuoto davanti a sé; l’abbrivio si smorzava sull’ampia scalinata di un edificio alla sinistra delle cancellate d’ingresso, salendovi sopra e sterzando ad U a precipizio di nuovo verso il centro della piazza.

La cavalleria di Bava Beccaris a Milano nel 1898 non avrebbe saputo fare di meglio.

Non ci furono cannonate come allora, ma manganellate a chiunque fosse a tiro degli agenti sui gipponi sì: anche perché i morti c’erano già stati; ad Avola il 2 dicembre, quando i braccianti, Giuseppe Scibilia, 47 anni, ed Angelo Sigona, 25 anni, che chiedevano un adeguamento contrattuale di poche lire, rimasero uccisi negli scontri con la polizia e per questo pochi giorni dopo l’università era stata occupata ed indetta la manifestazione, naturalmente non autorizzata.

In aprile a Battipaglia stessa storia con lo stesso numero di due morti.

La gran parte degli studenti si rifugiò nell’università bloccando e barricando i cancelli; un troncone più ridotto, spezzato dalla carica delle jeep attestatesi ad un lato della piazza vuota, si raccolse nella via d’accesso a destra.

Ero lì anch’io quando in cinque o sei, c’era anche una ragazza, decidemmo di entrare nell’università.

Una corsa col cuore in gola allo scoperto, poi l’urlo degli assediati che ci acclamavano e ci aiutavano a scavalcare i cancelli.

Dentro c‘era un’agitazione parossistica; nessuno stava fermo: chi smontava la pavimentazione di sanpietrini per farne proiettili; chi rinforzava la barricata ai cancelli con panchine ed altre masserizie; chi distribuiva limoni da spremere sui fazzoletti contro l’effetto dei lacrimogeni che fioccavano da ogni parte; chi dava ordini a chi non si sa; chi, con la ragazza accanto, viveva in un bacio un’emozione irripetibile; chi come me cercava di raccapezzarsi in quel che stava succedendo; ma già a marzo a Valle Giulia gli studenti caricando i poliziotti, avevano fatto la storia e suscitato l’indignazione di Pier Paolo Pasolini.

Ma soprattutto era imponente, eccezionale, corale, il grido a squarciagola degli slogan che partivano dai cancelli verso la piazza: i morti di Avola e Battipaglia da vendicare; i fascisti ed i borghesi con ancora pochi mesi; i fascisti da rimandare nelle fogne.

Ma sopra tutti rimbalzava nelle orecchie lo slogan del maggio francese, l’evento che aveva contrassegnato quell’anno: “Ce n’est qu’un debut, continuons le cambat”, che veniva ritmato in quattro parti distinte, battendo su tutto ciò che poteva far rumore: sui cancelli di ferro con spranghe e sassi; sui bidoni della spazzatura, o semplicemente con le mani.

Era un grido potente, liberatorio, con una cadenza militaresca, che per la prima volta ascoltavo; capivo bene la finale: “continuiamo la lotta”, ma dopo l’inizio: “Non è”, non ne afferravo, per quanto mi sforzassi, le parole in francese ed il loro significato.

Così chiesi al compagno vicino a me, un cristone che strillava più di tutti, che cosa significasse: ”CHENDEBU’ ’”, cioè, come poi naturalmente appresi, “qu’un debut” “che l’inizio”: Non è che l’inizio, continuiamo la lotta”.

Senza scomporsi mi rispose: “ Booh… l’importante è il ritmo !!”

Volete capire il ’68? Eccolo.

Francesco Chiucchiurlotto (Res 131)

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