Francesco Chiucchiurlotto

 

VITERBO – Il 30 aprile non è stato il contraltare del 4 dicembre. Il risultato delle primarie per la Segreteria del PD e per la premiership alle prossime elezioni, perché questo lo statuto prevede, è inequivocabilmente una vittoria di Matteo Renzi, della sua visione politica dentro quanto costruito in termini di consenso in questi ultimi anni, della sua immagine ancorchè ammaccata da una serie di fallimenti, ma anche di alcuni fattori nuovi sui quali sarà bene riflettere.

In altri termini la vittoria sia della partecipazione al voto, che dell’affermazione personale di Renzi è dovuta ad una evoluzione e quindi ad una novità, sia rispetto all’insediamento elettorale del Partito Democratico, sia del racconto, della narrazione – story telling, del Neosegretario.

L’insediamento geografico, anagrafico, sociale degli elettori del PD si ricava semplicemente leggendo i risultati disaggregati per regioni, età, ceto.

Il crollo della partecipazione al voto nelle cosiddette Regioni Rosse, sembra dar ragione al Bersani scissionista quando sostiene che una fuga silenziosa nel partito si sia già verificata ben prima di Articolo Uno.

Il referente elettorale si amplia e si concentra in alcune città ed alcune zone particolari e si può dire in estrema sintesi che si meridionalizza.

Dal punto di vista anagrafico non ci si può meravigliare del fatto che la gran massa di votanti e di fedeli alla linea maggioritaria siano elettori ultracinquantenni; spiegabile per la consueta e conformistica fiducia nel “capo” e per quella voglia di stabilità e di “centralità” che ha sempre contraddistinto la pancia del PCI-PDS-DS-PD.

Verrebbe da dire alla faccia della “rottamazione”, ma il termine è da tempo obsoleto.

Nessuna sorpresa anche riguardo all’insediamento sociale che potremmo definire dei “garantiti”, ceti medi impiegatizi pubblici e privati, borghesia “riflessiva”, professionisti affermati; il che lascia inalterato il problema della natura di sinistra di un partito tradizionalmente dalla parte degli indifesi e degli ultimi.

Ma le novità sono più marcate nei contenuti dell’azione politica che il PD interpreta, il famoso racconto, sin dalle voci narranti: la vicesegreteria di Maurizio Martina e la riesumazione degli accantonati della prima ora, come Richetti, spezza il monopolio monocorde ed inflazionato del leader onnipresente.

In particolare Martina, definito acutamente da Vespa “francescano”, offre una sponda dialogante e rassicurante a tutti gli interlocutori ed immagino sarà la presenza più utilizzata per argomentare le ragioni di un nuovo corso, plurale, inclusivo, tranquillizzante, che va verificato oltre che nei toni, nei fatti.

Ma il dato più rilevante è la composizione gerarchica e periferica del PD, definitivamente in mano al notabilato sopravvissuto o recuperato dalla prima fase della rottamazione, ai “signori delle tessere” della Margherita e del DS ante fusione a freddo, che hanno in mano il destino di Renzi a cominciare dalle imminenti elezioni amministrative.

“Nullum novum sub sole” dunque, se non appunto che proprio il sole, dopo la tempesta, sia spuntato pallido ed incerto.

Francesco Chiucchiurlotto (Res 83)

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