Vorrei condividere una scoperta, o meglio una intuizione che mi ha aperto molti nuovi motivi di riflessione: il populismo non è fenomeno recente: quello russo di fine ottocento con l’assassinio dello Zar Alessandro II o con i moti di Georgij Gapon; oppure i Peronismi d’Argentina e sud America, oppure ancora i movimenti recenti dalla Brexit a Trump.
Questo fenomeno è intrinseco alla nascita ed all’evoluzione della democrazia greca del IV secolo A.C. ed è classificato dai filosofi d’allora, Aristotele in primis, come una forma degenerata della democrazia che essi chiamarono demagogia.

Così l’Enciclopedia Treccani: “demagogia In origine, genericamente, arte di guidare il popolo; in seguito (già presso gli antichi Greci), la pratica politica tendente a ottenere il consenso delle masse lusingando le loro aspirazioni, specialmente economiche, con promesse difficilmente realizzabili. Nella storia del pensiero politico il termine risale alla tipologia aristotelica delle forme di governo, nella quale rappresenta un aspetto degenerativo o corrotto della politèia, per cui si instaura un governo dispotico delle classi inferiori dominato dai demagoghi, che sono definiti da Aristotele «adulatori del popolo».
In questa definizione c’è tutto il contenuto di quello che noi chiamiamo populismo: la pancia della gente e non l’intelligenza dei cittadini; il distacco dalla realtà dei problemi e l’indicazione di un nemico responsabile; la conquista del potere al seguito di un demiurgo salvi(ni)fico.

Perché mi pare importante questo riferimento alla categoria della demagogia di circa 2.500 anni fa? Perché al contrario di come si ragiona oggi sul fenomeno del populismo ricercandone le originarie radici nella globalizzazione o nelle disuguaglianze sociali, o ancora nel dominio di èlites più o meno occulte, esso non è altro che una delle forme di governo possibili da sempre, una strategia per la conquista del governo di uno Stato.
Quel che mi pare importante capire e studiare è che il populismo alla Trump, o europeo o nostrano, non ha fondamento sociale o economico, anche se si avvale ed approfitta naturalmente delle condizioni di vita precarie o disperate di consistenti strati sociali, ma ha un fondamento etico-culturale.

Cioè il populismo è una “tecnica”, una “metodologia”, una “pratica”, della conquista del potere, e come tale è indipendente dal contesto storico in cui si cala (Machiavelli docet); è avulsa dalle condizioni di vita di larghe fasce sociali; è estranea ad ogni ideologia salvi(ni)fica o ad ogni programma rivoluzionario di riscatto o salvezza; è fuori dalla dimensione reale e dalle condizioni fattuali della vita delle persone.

Lo dimostrano i fatti, la storia: del ventennio berlusconiano non è rimasto niente in termini di cambiamento sul sistema fiscale, giudiziario, imprenditoriale; dei 4 anni di Trump non si registra un solo cambio duraturo non solo dei feticci indicati come obiettivi, come l’immigrazione o lo strapotere delle èlites, ma anche delle condizioni operaie, quelle dei dimenticati, o la creazione di una nuova classe dirigente.

Da noi i sovranisti hanno governato, ed a lungo, senza lasciare alcuna traccia significativa.
Allora se questo che sto sostenendo ha un fondamento, cambia l’approccio al tema della difesa della democrazia, cambia il ruolo di chi si oppone alla deriva populistica; si apre una possibilità di analisi su una base di duemila anni di storia, su una forma politica che è la degenerazione della democrazia: LA DEMAGOGIA. (1)

Francesco Chiucchiurlotto