Il  3° comma dell’Art.116 della Costituzione recita, dopo aver designato nei primi due le Regioni a Statuto Speciale:  “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia … possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’art. 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata.

A ben vedere l’art. 116 prefigura il caso peculiare in cui una Regione (uti singula), richiede per particolari e specifici motivi che vengano ad essa concessa dallo Stato una o più materie di quelle previste dall’Art.117.

Le Regioni, o meglio la regionalizzazione, furono affrontate in sede costituente in un serrato dibattito che si contrassegnò con il termine “decentramento”, poiché lo stato unitario di derivazione sabauda era la quint’essenza dell’accentramento, valido e praticabile in una sola Regione, il Piemonte, non certo per tutta la Penisola o se volete per tutta la Nazione.

Già Cavour e Mazzini posero il tema della regionalizzazione, ma bisognerà aspettare il 1970, quindi ben 22 anni dopo la Costituzione, per la formazione elettorale dei Consigli Regionali, con un dibattito accesissimo tra destre che frenavano e sinistre che incalzavano; le prime premurose che non si pregiudicasse l’unità politica del Paese, le seconde di cogliere le possibili occasioni di governo locale.

Ma nella parte della Costituzione sui principi fondamentali, l’Art.5, che “riconosce e promuove” sia le autonomie locali che il decentramento amministrativo, viene nel ventennio di gestazione delle Regioni stravolto, rinunciandosi nei fatti concreti, rappresentati dalla delega delle materie ministeriali formulata dagli stessi Ministeri (sic!), a fare nuovi enti legislativi e di programmazione, snelli ed efficienti, in favore di enti amministrativi e di gestione, complessi e burocratizzatissimi.

Se nel 1970 si tradì lo spirito della Costituzione, e ne paghiamo le conseguenze assistendo al pessimo funzionamento delle Regioni nella maggior parte dei casi, non ultimo quello della gestione della pandemia, oggi ci si accinge ad un nuovo tentativo, quello dell’Autonomia Differenziata, che ha come unico fondamento ragioni politiche e partitiche.

Dopo la stagione secessionista, quella federalista, quella nazionalpopulista, la Lega tenta un approdo da ultima spiaggia, quella dell’art.116: chiede per le Regioni, dopo i referendum al nord, oltre alla materia esclusiva della sanità, quella sulla scuola, i trasporti, la viabilità ecc. ecc., scorrendo la ventina di materie delegabili.

Alcune semplici considerazioni: il fatto che la proposta sia stata presentata alla Conferenza delle Regioni e non al Consiglio dei Ministri ha di per sé una valenza peculiare sulla quale un approfondimento appare necessario; anche perché questa sorta di blitz è tranquillamente fallito per l’opposizione delle Regioni Meridionali.

Ma ancora più rilevante è il fatto che la Costituzione tratta di autonomia differenziata per singola Regione, quindi per particolari casi ed occasioni specifiche non ordinamentali; mentre la proposta tende a cambiare l’intero assetto formale della Repubblica (Art.114), con la cessione di una varietà e vastità di funzioni che stravolge da una parte l’attuale assetto statuale, dall’altra coinvolge a caduta gli EE LL cui l’impatto di nuove materie non si concilia con le loro attuali pessime condizioni finanziarie e gestionali.

Ma da punto di vista politico l’impatto è deflagrante, perché tutto il fondamento del programma elettorale di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia, che poggia sul concetto di Nazione, salta per aria in una miriade di piccole ed egoistiche Nazioni in lotta sovranista tra loro per accaparrarsi il massimo delle scarse risorse che abbiamo.

Un avvio della XIX legislatura pessimo quindi, tutto incentrato su questioni di principio e di bottega, che non credo, spero di sbagliare, sia positivo per la risoluzione dei ben altri problemi che ci affliggono.

Francesco Chiucchiurlotto

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