Paperino

A novembre si voterà negli Stati Uniti d’America e da qualche settimana è iniziata quella fase di campagna elettorale che sono le primarie del Partito Democratico, cioè del partito che non governa, o meglio che non esprime il Presidente.

Solo un paese ricco, complesso, con un peculiare radicamento alle proprie tradizioni storiche e politiche, si può permettere due costosissime campagne elettorali, la prima per scegliere l’antagonista di quello che nella seconda si avvia a fare il tradizionale doppio mandato alla Casa Bianca.

Tutto ciò, invece di agitare ed innervosire i cittadini, li rassicura, perché richiama il modus operandi dei Padri Fondatori di una delle più antiche democrazie, anche se esso è quanto mai complicato sin dai conteggi dei voti e talvolta si imballa come per l’elezione di Bush II.

Per vincere ci vogliono i soldi, tanti, oppure essere o sembrarlo nuovi e vincenti, come per Obama, meglio ancora tutte e due le cose, soldi e carisma, come per JFK.

Stavolta la partita sembra scontata sulla riconferma di Donald Trump ed anche del detto latino: nomen omen, nel nome il destino, infatti Trump significa: briscola, trionfo, ultima risorsa, tipo in gamba, brav’uomo.

I colori tradizionali rosso repubblicano e azzurro democratico, al termine delle precedenti votazioni erano distribuiti sulla cartina degli Stati Uniti in un modo netto e di per se esplicativo: il primo al centro ed il secondo lungo le due coste; cioè i democratici vincenti negli stati ricchi, evoluti ed iperurbanizzati, i conservatori GOP (Great Old Party) negli stati centrali rurali, estesi, sfigati, la pancia cosiddetta del paese.

Sono corsi fiumi d’inchiostro per descrivere e capire la vittoria di un ricchissimo tycoon divenuto alfiere degli operai metallurgici, dei farmers produttori di grano, mais, soia, degli emarginati delle periferie: è il populismo bellezza!, verrebbe da dire, quell’irrompere dell’identificazione di massa in chi promette cose politicamente scorrette, usa linguaggi aggressivi e semplificati, trova capri espiatori scontati, si scaglia contro le cosiddette èlites alle quali è facile imputare le colpe di una situazione personale e generalizzata insoddisfacente.

Il Donald si è sforzato ed in gran parte ci è riuscito, di mantenere in modo pedissequo quanto aveva promesso, anche a costo di squassare i rapporti con l’Europa, la Cina e quant’altri insidiassero la Great America, dai concorrenti commerciali ai migranti messicani.

Ha vantato, a torto o a ragione, successi sull’occupazione e sulla difesa di quei ceti che appunto popolano il “ventre” americano.

La “testa” democratica, invece si è spaccata in due leader che probabilmente incarnano solo un pezzo di una posizione vincente: Bernie Sanders esagera con le sue pillole di socialismo senza un vero radicamento di classe, in nome di un generico appello ai giovani; Joe Biden, un altro ultrasettantenne vecchio stile, alle prese con quel poco che i politici democratici hanno prodotto dopo la crisi dei sub prime.

La realtà ai tempi del populismo è che la sinistra, in tutto il mondo, dopo la sbandata neoliberista, non si è più ripresa e non si è più data una nuova decente identità.

Anche stavolta, a meno di sorprese, possibili in una campagna elettorale di quasi un anno, a far vincere Donald Trump, saranno i Donald Duck, i tantissimi Paperino disneyani, immersi in una quotidianità grigia, fragile, inguaiata, incerta e spesso sfortunata.

Francesco Chiucchiurlotto