Ho letto per anni il quotidiano La Repubblica, sin dalla sua fondazione nel gennaio 1976.

La Repubblica ha accompagnato gli anni tumultuosi e di piombo di fine settanta, inizio ottanta, facendo un buon servizio ai ceti medi colti e progressisti, cui si rivolgeva, che aspiravano ad un Paese moderno, europeo ed occidentale in cui i valori di giustizia e di libertà incarnati nel dopoguerra dal Partito d’Azione, si sarebbero finalmente affermati.

Essa contribuì in modo decisivo, insieme al Corriere della Sera ed all’Unità, alla stagione di Tangentopoli siglando ed attuando un patto d’azione tra le tre testate, che prevedeva lo scambio di informazioni da fonti dirette, il taglio editoriale d’apertura concordato come in una super redazione, gli obiettivi politici da conseguire di volta in volta.

Il giudizio su quegli anni non è stato ancora definitivamente storicizzato, ma di sicuro aver sottoposto la politica, per pessima che fosse, al vaglio delle categorie morali giudaico cristiane, ha prodotto una distorsione profonda in quella che Machiavelli descrisse come opera del Principe, la Politica.

Infatti, nel bene e nel male, ci fu l’avvento di Berlusconi e del Berlusconismo e La Repubblica continuò nel suo approccio moraleggiante, martellando a paginate intere l’epopea del Bunga Bunga, facendo cadere l’intera sinistra di governo o meno, nell’abbaglio che la sua vittoria non dovesse essere conquistata sul piano politico, ma su quello scandalistico o morale.

Certo Berlusconi cadde per il suo isolamento, per lo spread più o meno manipolato, per l’assedio mediatico e quant’altro, ma non ci si rese conto che la sua debolezza poteva diventare, come fu, la debolezza dell’Italia: tant’è che il disastro della Libia di cui pagheremo ancora per anni le conseguenze, sta a dimostrarlo.

Così una mattina contando su quel mio quotidiano preferito sei pagine sul caso Ruby, riposi La Repubblica nella sua mazzetta ed acquistai il più sobrio e meno schierato Corriere della Sera.

Corriere e Repubblica si sono contesi il mercato di lettori di quei ceti di cui che accennavo, a colpi di tirature che andavano oltre il milione di copie; il Corriere quasi sempre avanti, entrambi con un merchandising culturale colossale.

Oggi è cambiato tutto nel mondo dei quotidiani: sabato scorso La Repubblica ha tirato 261.604 copie; il Corriere è da qualche tempo in formato tabloid e quindi gli articoli si sono ridotti in lunghezza; entrambi capeggiano l’informazione on line, ma non è la stessa cosa e soprattutto sono a rimorchio dei social media, più immediati, veloci, sintetici, sloganistici, multimediali: twitter, fb, instagram, videocellulari, è lì l’agenda del Paese e chi la domina sintonizzandosi sulla sua pancia, si può permettere di tutto.

Che fine hanno fatto i 49 milioni di finanziamento pubblico spariti? Il Russia gate? Il giretto in moto acquatica?

Eppure le centinaia di giornalisti, analisti, intellettuali, esperti, prof,  che affollano le decine di redazioni, di talk show, agorà televisivi o radiofonici o mass mediologici, non sono anch’essi èlites, anzi l’èlite più potente?

Non sono loro i primi beneficiari in termini di business, denaro, gratificazione, successo, potere, del gran casino montato ad arte sull’invasione dei migranti, sull’insicurezza delle nostre città, sulle semplificazioni puerili della nostra economia, scuola, cultura, povertà, mezzogiorno e via twittando?

Siamo dentro una deriva di sistema pericolosa e incapaci di alternativa, di reazione, di slancio, di intelligenza, di cambiamento.

Ecco l’inganno ulteriore di quel che chiamiamo Populismo, che è vero nasce con Tangentopoli, si sviluppa con Berlusconi ed in parte anche con Renzi, sino agli attuali epigoni; l’inganno è che non c’è il popolo contro le èlites, ma sono quest’ultime in forme nuove, a dominare ancora una volta non il Popolo, che non esiste, ma il sistema!

Francesco Chiucchiurlotto

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