Scampato il rischio di un disastroso effetto domino – caduta del governo, possibili elezioni anticipate, vittoria del centrodestra che elegge il nuovo Presidente della repubblica – si ritorna a parlare del Partito Democratico, della sua ennesima trasformazione, mutazione, apertura, liquidità.

Non che non ce ne sia bisogno, perché solo gli errori di tracotanza di Salvini e l’intervento provvidenziale delle Sardine (che io chiamerei SANTINE), ha evitato il peggio.

Non è poi che il centro destra abbia subito una sconfitta epocale: intanto ha aggiunto un’altra Regione al suo carniere, ma ha di fatto mantenuto il suo potenziale attrattivo, sia in termini di populismo e sovranismo arrembante, sia come ricettacolo o bene rifugio per i 5 Stelle in rotta precipitosa e forse inarrestabile.

Le proposte in circolazione sono le più varie e riflettono tutte le posizioni originarie delle componenti del PD, mai amalgamate, che vanno dallo scioglimento e rifondazione, al ritocco lifting che “stiamo bene anche così”.

Permettersi, come sto facendo, senza falsa modestia ad indicare uno schema coerente, fa correre il rischio del Grillo Parlante di turno, che come si sa finisce regolarmente spappolato a martellate su un muro.

Intanto si può cogliere il nuovo, i movimenti, le sensibilità più diverse, soltanto se lo si è in grado con una forte presa identitaria ed una organizzazione democratica decentrata ed accogliente, ma strutturata per iscrizioni che comportino doveri, ma sicuramente più diritti di oggi nel determinare scelte politiche e dinamiche elettorali.

Quindi un partito strutturato e regionalizzato, con regole interne nuove che restituiscano alle sezioni territoriali la capacità di intervento e decisione, soprattutto sulle questioni locali, nei Consigli Comunali, Provinciali e Regionali.

La legge n°81/93 sull’elezione diretta di Sindaci e Presidenti ha esaurito da tempo la sua “spinta propulsiva” ed è ora di riportare la politica locale nei rispettivi Consigli e collegare questi con le sedi politiche locali, coinvolgerle, ascoltarle, anche magari obbligatoriamente, prima di assumere atti fondamentali per la vita del territorio.

La verticalizzazione del potere e la contrazione della catena di comando, accompagnate dalla disintermediazione delle istanze sociali e civiche, è stata una delle componenti di base del populismo; gli esclusi, i dimenticati, i marginali e mai coinvolti cittadini, si sono sentiti popolo, indistinto ed anonimo quanto si vuole, ma “popolo”, pronto ad essere blandito e rassicurato, pronto a gratificare con il voto chi si occupava delle loro paure e preoccupazioni.

L’altra spinta al populismo è venuta proprio dal sistema delle primarie, assurdo per far eleggere gli organi di partito anche dai passanti, sbagliato, illusorio e fuorviante, in quanto plebiscitario, leaderistico, occasionale: ogni 5 anni eleggo un Capo che pensa a tutto, una assemblea di 1000 membri ed altri organismi pletorici, che non contano niente, poi quando c’è da fare le liste o nominare o incaricare, ci si chiude in una stanza e chi s’è visto, s’è visto.

Il cambiamento del PD è semplicemente la sua democratizzazione: verso il territorio regionale e locale; verso i suoi iscritti; verso la società che interagisce e conta attraverso i canali che lo statuto garantisce ad essa: cioè, non ci sono scorciatoie o formule magiche, tanto meno guru salvifici, ma il lavoro e la fatica di un fare politica che per quanto utilizzi nuovi strumenti e nuove modalità, è quello della vecchia militanza, dell’impegno civico ed istituzionale, dello studio e del sacrificio e soprattutto della schiena dritta.

Francesco Chiucchiurlotto