E’ mia profonda convinzione che oggi, e per chissà quanto ancora, non ci siano le condizioni politiche, materiali, intellettuali, professionali, per riformare la nostra Costituzione, ed in particolare di essa. il Titolo V

I tentativi falliti, quelli di D’Alema e Berlusconi prima e di Renzi di recente, vanno considerati come uno scampato pericolo.

Per esempio è di universale accezione e di conclamato scandalo la diatriba, talvolta indegna e caciarona, tra Stato e Regioni per le questioni sulla pandemia: chi decide che …, chi si occupa di… ecc. “Ci voleva, si sente dire, la riforma di Renzi che avrebbe eliminato le Regioni dalle competenze sulla sanità!”

Ebbene non sarebbe stato così, perché quella di Renzi non portava la Sanità sotto il controllo dello Stato, ma riservava ad esso le “disposizioni generali e comuni” mentre lasciava alle Regioni la “programmazione ed organizzazione dei servizi sanitari”.

Saremmo stati come ora con i DPCM, ma con una riforma fresca ed intoccabile, quindi peggio di adesso; per non parlare del resto da brividi per improvvisazione e incompetenza.

I punti focali sono due: le istituzioni devono, per la loro salute e sopravvivenza, stare correttamente lontani e distinti dalla politica contingente; le riforme in campo vanno attuate per intero.

Sul primo punto: abbiamo bisogno di giuristi, costituzionalisti, intellettuali che guardino all’interesse generale e non a quello del partito che li sponsorizza; qui mi fermo …

Sul secondo c’è, con una evidenza palmare, da portare a termine la riforma dell’art.114 della Costituzione che in modo chiarissimo mette sullo stesso piano lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni, come componenti di cosa? Ma della Repubblica!

Se c’è un termine pochissimo usato è proprio quello della Repubblica, come istituzione a sé stante che contiene quello che la storia del nostro popolo ha sedimentato nei secoli.

Per gli inglesi c’è l’UK, l’United Kingdom; in Francia c’è anche in modo troppo pervasivo e ripetitivo, la Republique; gli americani hanno United States of America; gli Svizzeri CH, Confederation Helvetique, ecc. per dire che la componente statuale è a sé stante e non comprende le altre istituzioni, anche se ha un compito predominante per materie ed attribuzioni, che però sono ben individuate (non sempre) e limitate (in modo poco efficace).

Cosa significa attuare sino in fondo l’art.114 della Costituzione, se non riformare anche il precedente sistema di rapporti delle sue componenti, cioè le Conferenze, che è rimasto identico a quello ante riforma del 2001?

Le Conferenze Stato-Regioni, Stato-Città, Unificata, conservano la vecchia gerarchia con in cima lo Stato, che le indice, le governa e le amministra: deve essere la Presidenza della Repubblica, a dirigere le Conferenze; deve essere il Presidente della Repubblica che dirime le controversie, o chiarisce i dubbi; deve essere la Repubblica, nella sua più alta espressione istituzionale, a governare le dinamiche tra le sue componenti, a decidere!.

Nel caso esemplare della pandemia, avremmo avuto un’unica voce, un unico indirizzo e punto di riferimento, al posto del pollaio in cui ignoranza, mala fede, interessi di parte hanno sin troppo spazio.

Ci vuole una riforma  della Costituzione? No! Basta una legge ordinaria che sistemi le cose come da Costituzione. Perché non la si fa allora questa semplice legge ordinaria?

Per le ragioni che richiamavo all’inizio e che non sto a ripetere, ma per favore: “Giù le mani dal Titolo V!”

                 Francesco Chiucchiurlotto