Dieci anni fa Francesco Cossiga pubblicava prima di andarsene, “ La passione e la politica”, un libro di ricordi, considerazioni, riflessioni, incontri.

Mi colpì il giudizio ammirato che diede di Massimo D’Alema: “ L’unico politico italiano a capire che politica è tattica!”

Dico questo perché il governo D’Alema elaborò l’unica riforma costituzionale organica sul titolo V della Costituzione, approvata poi dal governo Amato con legge costituzionale del 18.10.2001 n°3, e nel profondo di essa si avverte più il carattere tattico che strategico.

Si era alle prese con la rivolta leghista della parte più ricca e produttiva del Paese, quindi la secessione del nord doveva essere incanalata in un processo di decentramento federalista; le Regioni del nord chiedevano, anche giustamente, più poteri; i principi di sussidiaretà verticale ed orizzontale erano i capisaldi normativi nella UE.

Forse la caduta anticipata del governo D’Alema provocò un allentamento di questi presupposti, o forse, seguendo Cossiga, egli non se ne curò; fatto sta che la riforma subì dei colpi mortali: il primo sta nella sua incompletezza e incoerenza, in particolare riguardo all’art.114 che riordina le componenti della Repubblica, Stato, Regioni, Province, Comuni e Città Metropolitane, equiordinandole, cioè dando loro la stessa dignità istituzionale e quindi eliminando ogni gerarchia tra loro.

Prima falla: non prevedere nell’ambito del sistema delle Conferenze, una Conferenza Unificata affidata, non allo Stato, ma alla Presidenza della Repubblica.

Continuando lo Stato a dare le carte, la partita conservava le regole della sua primazia e nessun tipo di coordinamento unificante delle Regioni.

Seconda falla: il “chi fa che cosa”; l’art,117 C. prevede materie esclusive allo Stato, e le elenca; materie concorrenti, cioè di competenza mista Stato-Regioni, e le elenca, e tra esse la “tutela della salute”, di cui tanto si parla oggi; le competenze residuali vanno alle Regioni.

Queste legiferano e coordinano (cioè controllano); le Province, i Comuni, le Comunità Montane, cioè gli Enti Locali, gestiscono; a loro è affidata la funzione amministrativa.

L’art.123 C. demanda alle Regione l’istituzione del Consiglio delle Autonomie locali, per contemperare la messe di poteri ed attribuzioni affidate loro; come mettere una volpe a guardia del pollaio; invece di affidare ai Comuni questo organo costituzionale, per esercitare un vero controllo sugli equilibri di attribuzioni e poteri, consente alle Regioni di diventare come grossi Comuni, che fanno amministrazione minuta, clientelismo di basso conio, controllo gestionale del territorio, sperpero di un fiume di denaro.

La morale in tempi di COVID19, quindi, non è invocare più centralismo, più dirigismo, più poteri ai ministeri; l’autonomia è un principio sacrosanto a base di ogni sana democrazia; è l’aspirazione di ogni cittadino di vedere il governo della cosa pubblica più vicino a se; di avere gli strumenti per controllarlo e miglioralo.

Le scorciatoie non esistono; i pieni poteri hanno sempre alla lunga causato la rovina delle nazioni.

La democrazia è non solo garanzia di libertà, ma anche di conoscere e deliberare per il proprio benessere, e l’autonomia delle componenti della Repubblica, garantisce il corretto funzionamento delle funzioni e dei servizi di essa; il semplicismo, il pensiero corto, le scorciatoie per percorsi complessi, non vanno; è pericolosissimo.

Completare la riforma di vent’anni fa, abbandonata e negletta subito dopo la sua approvazione, dovrà essere il primo compito post-COVID19!

Francesco Chiucchiurlotto