Diego Bianchi, in arte Zoro (Zorro alla romana, ma sempre difensore di deboli ed oppressi) nella sua nuova trasmissione Propaganda Live, ci mostra dei reportages dall’interno della nostra società o meglio dalle interiora di essa, a proposito di “pancia del popolo”, che sono esemplari per conoscere e forse interpretare la nostra realtà tra populismo e sovranismo.

I noti fatti di Torre Maura, il quartiere di Roma blindato all’arrivo di qualche decina di Rom, ha visto mobilitarsi gli abitanti sostenuti e forse guidati dagli estremisti di destra di Forza Nuova, contrastati da un ragazzino, ma aiutati da Sergio, questa la narrazione di Zoro, un vecchio militante del PCI.

La conversazione tra i due ha rivelato una sorta di paradigma che si è sviluppato in questi trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino che, almeno a me pare, può offrire spunti di riflessione generalizzabili.

La percezione di pericolo indotta dai media più che dai fatti statisticamente rilevati, il risentimento a lungo covato di insoddisfazione e precarietà della propria posizione sociale, la vera e contagiosa ira da scaricare su un obiettivo di volta in volta lontano, alieno, minaccioso come immigrati, Rom, mussulmani, neri ecc. è fenomeno piuttosto recente, ma in incubazione da anni.

Le due correnti culturali e politiche che trent’anni fa hanno cominciato a sfarinarsi, la cattolico-democristiana e la social-comunista svolgevano una funzione fondamentale nel tenere insieme quegli elementi che oggi sono al centro del dibattito: le èlites ed il popolo.

Entrambi non esistevano se non uniti e collegati da una percezione della realtà filtrata dall’ideologia, da personale politico ad essa dedicato, da prassi quotidiana che generava partecipazione, volontariato, coesione sociale.

Da una parte la Chiesa, la Democrazia Cristiana, la cultura millenaria del differimento del riscatto dai mali del mondo, in un’altra dimensione, quella spirituale; di un al di là a portata di mano, ma qui concreto e irrobustito dalla fede, dalla liturgia, dalla pietas divina, dal solidarismo di un Cristianesimo attivo e conseguente.

Dall’altra l’attesa messianica di un riscatto sociale, quel “Ha da venì Baffone!”, che frenava l’impulso alla risposta violenta di fronte ad ingiustizie e disuguaglianze, che mobilitava masse di diseredati e sfruttati, che sublimava (così si diceva) l’odio di classe in disciplinata militanza e caldo senso di appartenenza comunitaria.

Entrambe le componenti tendevano ad affermare un principio di uguaglianza e di egualitarismo, davanti al sovrannaturale la prima, e dentro la società la seconda, garantito dalle rispettive èlites: Moro e Berlinguer come icone amate e rispettate, ma soprattutto come componenti di un tutto unitario ed identitario.

Quando Sergio dice di non aver più votato a sinistra dopo la morte di Berlinguer e milioni di altri dopo la caduta del muro, segnano la fine di un’epoca, testimoniano la ritirata dalla complessità e dall’impegno e la ricerca di scorciatoie e consolazioni, siano esse il VAFFA o l’esaltazione nazionalista o quel che chiamiamo populismo.

Ma se quelle componenti sono così sbiadite, stremate, inutilizzabili, che senso ha conservarne i pallidi simulacri in un contenitore chiamato Partito Democratico?

Francesco Chiucchiurlotto