Francesco Chiucchiurlotto

 

VITERBO – Millecinquecento giorni fa iniziava una nuova fase per il PD che potremmo definire “smart”, con nuovo piglio tattico, inusitata velocità di decisione, praterie di consenso da conquistare a destra e a manca, slides, twits, face book’s pages, presenze immanenti nella TV di stato e non.

Tutti, amici ed avversari di Matteo Renzi, il protagonista di quei giorni, tirarono un sospiro di sollievo per le sorti patrie e moltissimi pieni di riconoscenza gli si affidarono sino ad un eccezionale 40,1% di consensi elettorali.

Finalmente si usciva dalla stagione delle sconfitte, delle “non vittorie”, delle metafore popolaresche che nessuno più distingueva se dette da Bersani o da Crozza.

Il Fidanzato d’Italia però, sia quella destrorsa, sinistrorsa o populista, inanellò a sua volta una serie di sconfitte che ebbero il pregio della inconscia dissimulazione mediatica, come quei precipitati chimici che provocano una esplosione con l’aggiunta dell’ultimo elemento, in questo caso il clamoroso tonfo al referendum costituzionale.

Tanto ciò è vero che gran parte del PD non riesce a sommare il fatto che siamo pericolosamente senza una legge elettorale dopo il fallimento dell’Italicum; che il mandato del Presidente Napolitano di fare le riforme ed arrestare il Movimento 5 Stelle è anch’esso stato disatteso, tanto che Re Giorgio appoggia vistosamente Andrea Orlando alle primarie per la Segreteria; che i famosi “inciuci” di cui si doveva perdere anche il ricordo, oltre ad essere stati coltivati con Verdini, avranno presto nuovo smalto addirittura con “Berlusconi e le larghe intese”, che sembra il titolo di un romanzo di avventure, ma è invece un plausibile ravvicinato terrificante futuro, che non c’è stata elezione, comunale o regionale che non abbia portato indietro il peso specifico del PD, per non parlare di quanto lo farà la scissione di un pezzo simbolicamente importante di esso.

Né si sommano i fatti inquietanti che riguardano i genitori dei vertici governativi “giovanili e nuovissimi” con i padri di Boschi con le banche e di Renzi con Consip, o del braccio destro Lotti, tanto che sullo sfondo la filigrana dell’intreccio non sembra tanto da Giglio Magico, ma più banalmente da comitato di affari.

Per non parlare delle vicende del lavoro, cifra che da sempre contraddistingue una formazione di sinistra, con la liquidazione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori per la cui difesa gli stessi che non hanno battuto ciglio oggi, alcuni anni fa manifestarono in tre milioni; oppure il cedimento al contrario, inspiegabile, nei confronti della CGIL sui vouchers, che ha lasciato un vuoto da colmare.

Insomma ad un Pierluigi Bersani è bastato molto di meno per scomparire dai vertici del potere e la sua stagione di nuovo impegno ne risulta oggi legittimata e va guardata con rispetto, perchè la politica è l’arte del possibile e va a sapere che non ci tocchi rimpiangerlo,

Intanto ci attende comunque un nuovo PD, senza vocazione maggioritaria e quindi senza i connotati originari, con un Renzi destinato sostanzialmente, ben che vada, ad un ruolo di coprotagonista sia per l’accentuata contendibilità interna rappresentato da Andrea Orlando, sia per la necessità se il PD diverrà il PDR, Partito Di Renzi, di andare a cercare alleanze o a destra con un arzillo vecchietto di nome Berlusconi, o a sinistra con la formazione che si sta strutturando in una sorta di rassemblement alla francese dalle notevoli potenzialità.

Francesco Chiucchiurlotto (Res 77)

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