Steve Bannon è un americano a Roma, non come Gregory Peck in vacanza o come il marziano di Ennio Flaiano: non è interessato al fascino della città eterna in cui scoprire un nuovo amore, nè è entrato nella parabola dell’extraterrestre che da personaggio esclusivo dei salotti bene diviene dopo pochi mesi quello che i ragazzi salutano con: “ Ciao marzià..”.
Steve Bannon è assurto a guru del populismo trionfante di Trump delle presidenziali USA, di Farage della brexit, di Orban delle democrazie illiberali e di quanti fanno della contraddizione èlite/popolo, la dialettica principale della politica di questo secolo.

E’ il teorico della manipolazione dei big data, di quella forma di comunicazione tecnologica pervasiva, ripetitiva, ossessiva, che ritaglia per ciascuno di noi le news che vorremmo sentire; che innesta il percorso diabolico, ma apparentemente virtuoso, della percezione, dell’appagamento, dell’opinione, della mobilitazione.

Ebbene Steve è spessissimo in Italia perché è convinto che Salvini abbia una caratura ormai internazionale, quantomeno europea e che l’Italia “ancora una volta si colloca sulla frontiera più avanzata dell’innovazione politica … è l’epicentro di una rivoluzione mondiale.”
Di primo acchito sembra una bufala cosmica; se si guarda con calma ed attenzione qualcosa di vero in questa sovraesposizione italiana dovrebbe saltar fuori.

Non tanto perché primi in Europa abbiamo inventato il fascismo e prima ancora quel dannunzianesimo che poneva l’individualismo eroico prima della ragion di stato, con le conseguenze prevedibili quanto si vuole, ma comunque foriere di mutamenti epocali.
Poi come teatro di innovazioni politiche senza precedenti, come lo strapotere di una delle componenti dello stato di diritto, la magistratura, che si è imposta a lungo sul potere esecutivo e legislativo; come l’innovazione dei partiti personali, da Berlusconi a Di Pietro, a Renzi; come la quadratura del cerchio rappresentata dal “contratto di governo”; come i minibot, malattia infantile dell’antieuropeismo (parafrasando Lenin o meglio Draghi), o le quotidiane boutade giallo verdi.

C’è un fil rouge che corre nella storia italiana che non è difficile classificare come populista, cioè, chi mi legge lo sa, sintetizzato nella sceneggiata napoletana dell “Isso, Issa e ‘o malamente”; cioè il buono, il leader, il capo, l’eroe; la causa virtuosa da salvare e tutelare ed il cattivo di volta in volta le èlites, la magistratura, i politicanti, i burocrati europei.
Se consideriamo che nel 1995 in Italia, prima nel mondo, si inverte la proporzione giovani vecchi, a vantaggio di questi ultimi, quando trent’anni prima nel 1964, eravamo primi nel mondo industrializzato per nunzialità e fecondità con 2,7 figli per donna di 25/26 anni, ed oggi siamo addirittura a 0,6 con spose ultratrentenni, altro primato mondiale, non possono non, anzi devono, ricercarsi le cause antropologiche e sociologiche di una instabilità demografica così peculiare.

Non c’è oggi la percezione, fondamentale, dei rischi che stiamo correndo per essere un laboratorio che scomoda uno come Steve Bannon a venirci a studiare; dalla Firenze di Machiavelli, che ha insegnato la politica al mondo, a quella di Luca Lotti, che sta affossando il PD, non pare esserci grande differenza, se non quella italianità che accanto al sangue, ai roghi, ai sette vizi capitali, ci ha dato Leonardo, Michelangelo, Bernini, Caravaggio…

 

Francesco Chiucchiurlotto