Francesco Chiucchiurlotto
Francesco Chiucchiurlotto

VITERBO – Crisi finanziarie e globalizzazione hanno indotto milioni di persone in qualche modo legate a quello che viene chiamato establishment o più semplicemente i membri delle classi dirigenti di varia collocazione politica, che lo schema destra/sinistra fosse obsoleto e non più utilizzabile, che la contraddizione principale di marxiana memoria, capitale/lavoro, fosse travolta dall’irrompere di una terza componente, quella finanziaria.
La storia recente, con tutti i limiti che reca con se quel “recente”, ci mostra una prima ondata dirigista, centralizzatrice ed antistatalista chiamata neoliberismo, Tatcher e Reagan per intenderci, seguita da una seconda fase simile alla prima ma di impronta statalista, Blair e Clinton.

Anthony Gidden, il guru di Blair, la chiamò “terza via”, che sostanzialmente si caratterizzava in una apertura al mercato come regolatore del welfare e dei rapporti socioeconomici, in modo meno sfrenato ed ideologico di prima, ma pur sempre con la politica subordinata all’economia e quest’ultima ai potentati finanziari.

La crisi di un decennio fa fece crollare ogni illusione, ma da essa siamo usciti esattamente come siamo entrati e come ci siamo restati in questi 10 anni; cioè non abbiamo ancora una nuova teorizzazione politica ed economica che interpreti la globalizzazione e che ne prevenga gli eccessi destabilizzanti; stiamo cioè ancora percorrendo terze vie.

Intanto le diseguaglianze crescono nei rapporti tra cittadini, tra Regioni e tra Stati; masse migratorie si muovono cambiando il destino delle nazioni; l’occidente arranca in calo demografico, mancanza di leadership, populismi diffusi di governo e di opposizione.

In Italia la “terza via” più recente è stata quella guidata da Matteo Renzi; dico è stata non solo perché si è palesemente esaurita la sua spinta propulsiva dopo il 4 dicembre, ma perché le componenti fallimentari che la sorreggono sostanziano una battuta che beffarda comincia a diffondersi: “Il Renzismo è morto e l’unico che non lo sa è proprio Matteo Renzi”.

Ma quali sono queste componenti fallimentari? Intanto quelle populiste incarnate dal racconto, dallo storytelling (ricordate?) di un’Italia che non aspetta altro per primeggiare in Europa (… nel mondo?) di togliersi lacci e laccioli di poteri forti, burocrazie, sindacati, apparati vari; di rottamare una classe politica vecchia ed inefficiente; di disintermediare tutto ciò che ostacola il rapporto diretto del Premier/Leader/Demiurgo con il suo “popolo”.

Poi l’eliminazione di ogni aggancio con la tradizione di sinistra, non solo ai suoi valori ed alla sua storia, ma anche con il modus operandi che aveva contraddistinto le stagioni precedenti al PD: le vicende con il mondo della finanza bancaria e con gli appalti centralizzati tipo CONSIP sulle orme delle imprese berlusconiane dei mega appalti per le grandi opere; i bonus dissennati distribuiti a pioggia ceto-clientelare e l’esitante timidezza su ius soli, fine vita, costi della politica e quant’altro veniva universalmente definito di sinistra.

Leggo sulla legge urbanistica approvata dalla Giunta Regionale dell’Emilia e Romagna, un tempo fonte di studio e di imitazione per migliaia di amministratori, che viene limitato il controllo dei Comuni sull’edificabilità e sul consumo di suolo, aprendo al mercato del mattone ed alle speculazioni conseguenti, e penso che se il disfacimento delle cosiddette “terze vie” scende per li rami, non è più questione di rischio per il PD o per Renzi, ma di Rischio Italia.

Francesco Chiucchiurlotto (Res 101)

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