Luciano Canfora chiama “lentezza” quella posizione dominante propria di organismi sociali, di gerarchie identitarie, di sistemi autoreferenziali, che piuttosto che accettare un cambiamento suggerito dall’esterno, o dalle cose,  continuano more solito a perpetuarsi, facendosi poi del male.

Canfora applica questo termine commentando i 50 anni dalla fondazione del giornale IL MANIFESTO e le sue traversie, e da spunto per analizzare altri casi, per esempio la lentezza di Enrico Letta, neo Segretario del Partito Democratico.

Che ne è stato del lavacro condotto nella base del partito sui 21 punti della consultazione che gli iscritti erano stati chiamati a discutere? Non se ne è tratta quella sintesi di idee e proposte necessaria al rilancio di un partito spezzettato e incarognito nelle posizioni di potere di ciascuna corrente?

Siccome poco o niente se n’è saputo, forse è stato sbagliato metterci dentro tutto: dal divario di genere e di età, all’oscuro binomio anima-cacciavite; dai sedicenni, alla scuola, ius soli, Draghi, Next Generation EU, prossimità, Europa, maschera-volti, digitale sino alle Agorà Democratiche che pare almeno abbiano ispirato le posizioni di Goffredo Bettini?

Eppure un tema decisivo c’era eccome, da affrontare con velocità e non con la lentezza conservatrice ed ovvia delle 21 tesine:, quello delle primarie come metodo e prassi di selezione dei candidati e della propria classe dirigente.

Ogni cambiamento, da che mondo è mondo, ha successo e produce effetti per almeno due motivi: la velocità ed il segreto.

La velocità, come quella del primo Prodi, ma anche del primo Renzi, spiazza e permea l’opinione pubblica; confonde e supera gli avversari; convince e vince all’esterno; il segreto poi con cui alcune trattative, alcuni rapporti, alcuni contatti vanno svolti, può essere fertile e decisivo.

E’ di tutta evidenza che per restituire sovranità e coscienza politica alla base degli iscritti e “simpatizzanti” gli organi interni del partito debbono essere scelti da essi e non nei gazebo dai passanti; è di tutta evidenza che le primarie per scegliere i candidati alle competizioni elettorali, se non ben regolamentate, danno adito a forzature, intromissioni, brogli, come già avvenuto e documentato.

Cosa impedisce ad un partito che ancora conserva sul territorio una discreta rete organizzativa fatta di sezioni (il Circolo Pickwick è un’altra cosa), di strutture locali, provinciali e regionali, di darsi un metodo di scelta dal basso di candidati che si presentano con un programma ed una squadra?

Le primarie così come sono oggi o sono plebiscitarie, e quindi non servono; o sono divisive o peggio laceranti, e lasciano per strada morti e feriti, elettoralmente intesi,  naturalmente.

L’unica funzione che ampiamente viene loro riconosciuta è quella di mascherare la “lentezza” di Segretari e  gruppi dirigenti, che si nutre di indecisione, di idee poco chiare e soprattutto di timore ad assumere delle responsabilità: – decidete voi, se va bene vinco, se va male perdete ! –

Francesco Chiucchiurlotto