Quando si mette mano alle fondamenta di un edificio e se ne picconano le strutture, non c’è poi da meravigliarsi che esso oscilli, magari ristabilizzandosi, oppure consolidandosi, o al contrario fratturandosi e sfarinandosi; comunque l’edificio si muove.

Le conseguenze del fallimento della riforma costituzionale del 4 dicembre 2016 si fanno così quindi sentire e tra la scorsa legislatura e l’inizio dell’attuale, il tema del regionalismo differenziato ha ripreso vigore, con una serie di iniziative regionali, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, volte all’attuazione della relativa norma costituzionale, l’art.116 terzo comma, che consente una trattativa con lo stato per la devoluzione di ulteriori competenze.

La Lombardia ha chiesto addirittura di discutere tutte le competenze devolvibili comprese quelle concorrenziali, suscitando la preoccupazione del Sindaco di Milano che teme l’accentuarsi di un centralismo regionale, già, e non solo in Lombardia, molto sviluppato; il percorso individuato dal citato art. 116 prevede i seguenti passaggi: avvio del procedimento su iniziativa della Regione interessata; consultazione degli Enti locali; intesa tra lo Stato e la Regione; approvazione della legge dello Stato che prevede l’attribuzione di ulteriori competenze alla Regione interessata.

L’approvazione deve avvenire sulla base dell’intesa raggiunta e a maggioranza assoluta dei componenti delle Camere; infine l’attribuzione delle risorse finanziarie necessarie per il loro esercizio.

La nostra Regione si è concentrata su 5 competenze: coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; formazione professionale; cinema ed audiovisivo; ambiente; rapporti internazionali con l’UE.

Apparentemente le richieste hanno il carattere positivo del decentramento, dell’autonomia, della razionalizzazione e fatta eccezione per un ampliamento delle competenze in ambito internazionale, (con tutto il rispetto, in tempi di globalizzazione montante dovremmo rafforzare il “Made in Italy” e non creare il “Made in Lazio”), ma invece sono completamente decontestualizzate dalla nostra realtà.

Siamo nel bel mezzo della confusione istituzionale indotta dalla legge Del Rio con Città Metropolitane fatiscenti, Province destabilizzate, Comunità Montane delegittimate, Comuni stremati e stressati da normative “borboniche”, (nell’accezione corrente non certo storica).

Prova ne è che nella proposta approvata dalla Giunta Regionale del Lazio non vi è cenno all’ulteriore corso della devoluzione richiesta, vale a dire il decentramento verso i Comuni e gli enti intermedi Province e Comunità Montane, ai sensi degli artt.4 e 5 del Testo Unico degli Enti Locali.

Questi articoli del TUEL sono strategici per garantire un assetto armonico tra le istituzioni: comprendono l’organizzazione del Sistema Regionale delle Autonomie Locali (art.4) e la condivisione della programmazione regionale con tutti soggetti del governo del territorio (art.5).
Questa è la cartina al tornasole per verificare se il dettato costituzionale che impone “sentiti gli enti locali” è una vera opzione consultiva e perché no, concertativa, oppure una foglia di fico da apporre in un Consiglio delle Autonomie Locali, che almeno nel Lazio, ha precluso, sostituendosi alla Conferenza della legge regionale n°14/99, ogni vero confronto tra Comuni, Province, Comunità Montane e loro Associazioni, con la Regione.

Non so perché mi viene in mente la fiaba di Esopo della rana ed il bue, ma sicuramente è fuori luogo.

 

 

Francesco Chiucchiurlotto