Francesco Chiucchiurlotto

 

VITERBO – I nomi degli Italiani seguono talvolta le mode del momento: quella che è toccata ai Matteo negli anni ’70 è stata prodiga di personaggi politici: Renzi, Salvini, Ricci, Orfini, ecc,; su quest’ultimo, classe 1974, vale la pena soffermarsi come campione di quell’attitudine tutta italiana che storicamente va sotto il nome di trasformismo.
È stato per quattro anni segretario del Circolo PD Mazzini del quartiere romano di Prati e la sua carriera decolla come assistente parlamentare di Massimo D’Alema, nonché suo stretto collaboratore all’epoca in cui questi era membro del Parlamento europeo, di cui è stato anche portavoce e responsabile delle relazioni istituzionali per la Fondazione Italianieuropei; passa poi a responsabile – cultura e informazione – nella segreteria nazionale del Partito Democratico retta da Pier Luigi Bersani, di cui è fedelissimo.

“C’era un tempo in cui Matteo Orfini criticava aspramente Matteo Renzi. Il giovane turco, bersaniano doc, era in prima fila a dire che “le ricette di Renzi sono vecchie e non sono quelle giuste per il paese” (era il 14 settembre 2012), a spiegare che “dire il liberismo è di sinistra, dire Marchionne senza sì e senza ma, dire non me ne frega niente dell’articolo 18 è mettersi in scia esattamente con quelli che vuole rottamare”, a giudicare “folle” l’ipotesi di una candidatura di Renzi (era il 29 marzo 2013)”, a biasimare i toni inaccettabili usati, a ribadire che “Renzi e io siamo geograficamente ai poli opposti nel Pd”, a rifiutare le discussioni sulla leadership personalistica.”(Wikipedia)

Tutta questa netta posizione politica non gli ha però impedito di salire tra i primi sul carro del vincitore, remunerato nel 2014 con la Presidenza del PD, e domenica scorsa protagonista della chiusura dell’assemblea “Città Italia” degli amministratori del PD a Rimini.

La frase che resterà negli annali delle vicende deteriori della politica italiana, e che ha ammutolito sino alla fine la sala, è stata: “…detto da me che non sono renziano”.

In un sol colpo ha rivelato che il Renzismo esiste e lotta insieme a noi, alla faccia delle rassicurazioni del Segretario ed dell’invettiva di non guardarsi l’ombelico; poi che l’ingrato compito del lavoro sporco di silurare Gentiloni era assunto da lui, Presidente del partito e dalla sua corrente, gli ormai invecchiati Giovani Turchi.

Ha poi, In caduta libera, rivelato che quella del Referendum era stata una guerra, non un libero confronto sui temi della Costituzione, che vanno di per sé al di sopra di schieramenti ed appartenenze, e chi era per il NO era con il nemico; come la scesa in campo dei riservisti, evocata da D’Alema, tale va bollata: non una estrema difesa della democrazia interna del partito, bensì un arruolamento nel campo avversario.

Il meglio lo ha espresso nei consigli ai Sindaci lì riuniti; confessando di non aver mai amministrato neanche un condominio, per poi suggerire di caratterizzare ancor più politicamente il loro impegno, di collegarlo ancor più con il partito, alla faccia del Sindaco di tutti gli elettori, della distinzione sacrosanta tra: istituzioni, il tutto; partiti, appunto una parte.

L’affermazione che il 4 dicembre segni la fine della legislatura, mentre nessuno, neanche Renzi, ha osato dirlo, rivela la disperata forzatura che una intera generazione, quella dei Matteo, tenta di imporre al Paese, per entrare nella schiera dei capilista “nominati” al riparo da selezioni, congressi, primarie: ci vorrebbe il Thomas Mann dei Buddenbrook per questa saga.

Francesco Chiucchiurlotto (Res 65)

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