I classici su cui si fonda ed evolve la civiltà occidentale, testi di formazione delle classi dirigenti europee ed anglosassoni, sono in particolare l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide; in essi i miti fondativi della cultura e del carattere greco romano, ci sono tutti.

Nel nostro discorso sull’evoluzione del rapporto tra generazioni susseguentesi, ci fanno da riferimento sul tema dei nonni, perché sono convinto, non solo per riflessione e studio ma anche per esperienza personale, che gli ultrasessantenni oggi svolgano un ruolo sociale inedito.

I nonni della classicità non hanno ruoli attivi, se non come riverbero della loro maturità: Priamo, padre di Ettore, era il re di Troia, ma il capo riconosciuto cui era affidata la salvezza della città contesa, era il figlio; il nipote Astianatte fù ucciso per prudente crudeltà.

Laerte, padre di Ulisse, era stato un Argonauta, quindi un eroe mitologico, ma da vecchio una figura di contorno e Telemaco, il nipote, non vi fa certo affidamento in attesa del ritorno del “multiforme ingegno” del padre.

Anchise infine, padre di Enea, fugge dall’incendio di Troia sulle spalle del figlio con al seguito il nipote Ascanio che si aggrappa alla mano o alle vesti del padre.

Ecco quindi che da allora il nonno fin da recente, è nello schema sociale della famiglia patriarcale una figura marginale, senza ruolo spendibile, se non quello della saggezza e della memoria accanto ad un focolare o ad una stufa a legna.

Poi la durata della vita si allunga di molto in modo impensabile solo qualche decennio fa, ma finito il trentennio economico miracoloso del secondo dopoguerra, si arresta l’ascensore sociale che aveva reso ovvia la convinzione che i figli avrebbero avuto una vita più facile e più ricca dei padri, perché più eruditi, più mobili, più intraprendenti.

Ma si arresta anche quella che veniva chiamata “lotta di classe”; il conflitto sociale diviene sovrastrutturale, ma non più ideologico e praticato nelle piazze e nei luoghi della politica, ma psicopatologico, populistico, social mediatico; al padrone nemico si sostituisce chi induce paura, incertezza, diffidenza.

Ecco che quindi il nonno ultrasessantenne, pensionato, si trova naturalmente a svolgere un ruolo sociale grazie al proprio bagaglio di cultura, esperienza, attitudini ben superiore spesso a quello dei figli e sicuramente dei nipoti; è rimasto nel mercato del lavoro, anzi ha una duttilità di adattamento che lo favorisce; è ben accetto, crea quindi reddito, in minima parte per sé, ma soprattutto per il suo nucleo familiare che diviene, in modo ancor più decisivo, la cellula economica per eccellenza in grado di affrontare meglio ogni tipo di rischio e pericolo.

Certo occupa spazi e posizioni nel mondo della produzione, dei servizi, della cultura, ma guai a pensare ad un meccanismo di sostituzione automatica con i nipoti; non funzionerebbe e si perderebbe il buono che c’è; così come è sbagliata la penalizzazione fiscale dell’attività svolta dai nonni, per scoraggiare la loro intraprendenza, non si fa così che ridurne l’apporto alla famiglia.

Quel “largo ai giovani” che qualcuno invoca e che presuppone una sorta di “rottamazione”, già infaustamente sperimentata sugli umani, suona stonato e fuori luogo nella realtà di oggi; e poi non dimentichiamolo era uno slogan coniato dal fascismo per avere a disposizione l’inesperienza e l’entusiasmo di tanti Italiani da irregimentare nel – credere, obbedire, combattere – che sarebbe bene non dimenticare mai come andò a finire! Ai giovani serve altro…

Francesco Chiucchiurlotto