Si è tenuta a Rimini dal 23 al 25 u.s., l’Assemblea annuale dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e vi ho partecipato come Coordinatore ANCILAZIO dei Borghi e Paesi del Lazio, volgarmente chiamati piccoli comuni.

Le notazioni che seguono vanno al di la dello specifico contesto riminese, anche se vi hanno preso parte il Presidente della Repubblica Mattarella ed il premier Conte; cercherò di tracciare una visione, una prospettiva, che riguarda il futuro dell’Italia, che per me è strettamente legato, ai Comuni, oltre a quelli medio-grandi, in particolare ai Borghi e Paesi che hanno sino a 5000 abitanti.

Questi circa 5400 Comuni governano e manutengono il 54% della superfice del territorio italiano, ma vengono classificati per abitanti (circa 10 milioni in tutto, come l’Austria) e non per densità, cioè tenendo conto del territorio amministrato, il che ne rivaluterebbe percezione e ruolo.

Hanno gran parte del patrimonio culturale, enogastronomico, folklorico italiano e le materie prime per il Made in Italy; eppure si invecchiano, si impoveriscono e si spopolano nell’indifferenza generale; i loro abitanti in fuga vanno a sovraffollare le periferie degradate delle grandi città ed il governo (Renzi ecc.) che fa? Arresta l’esodo? Avvia politiche di fiscalità di vantaggio, investimenti per la manutenzione del territorio, per la prevenzione del dissesto idrogeologico, degli incendi, del degrado dei beni culturali?

Macchè!, cura gli effetti, che bisogna fare, ma non le cause, che è indispensabile fare.
Anche a Rimini l’Anci è rimasta su posizioni di rivendicazione ed anche scontro con il governo di turno, ma sempre per gli interessi dei grandi e medi Comuni; come per i fondi per le periferie cancellati, battaglia necessaria ma non sufficiente.

C’è questo scarto culturale che non si riesce a cogliere, neanche da parte dei numerosi columnists e conduttori dei media intervenuti: Matano, Giovannini, Trovati, Telese, Annunziata.

Lucia Annunziata ha fatto anche una sorta di lectio magistralis, molto interessante, ma non del tutto convincente: la crisi del 2007, ha sostenuto, è stata l’inizio della perdita del peso politico dei Sindaci, che dal 1993, con la legge sulla loro elezione diretta, avevano acquisito prestigio e potere e addirittura avevano salvato la nazione naufragata nella Tangentopoli della Prima Repubblica, rappresentando l’istituzione più vicina affidabile per i cittadini.

A 25 anni esatti da quella legge tutto sembra cambiato: la carenza di risorse, le politiche europee di austerità, la comunicazione tecnologica dei social media che irrompe nel dibattito politico, il rapporto governo-partiti e Sindaci-cittadini disintermediato di quei passaggi ed organismi democratici, che avevano affollato la scena politica precedente; una infame legge elettorale che impone liste bloccate in un sistema proporzionale: tutto ciò delegittima, indebolisce, emargina i Sindaci e quindi anche il livello istituzionale dei Comuni.

Quello che Annunziata non dice è che tutto ciò non è avvenuto per caso; che il costo della crisi è stato pagato, proporzionalmente alla Stato ed alle Regioni, in modo triplo dai Comuni; che il malloppo dei tagli, 17 miliardi di mancati trasferimenti in 5 anni, non è stato restituito ai Comuni; che la legge Del Rio ha finito per rendere fragili e precarie, scuole e strade; che lo status degli amministratori locali è stato vilipeso, perchè : “Amministrare gratis? O tutti o nessuno”; che ad ogni alluvione, dissesto, incendio, si constata che al confronto di quanto si spende dopo i disastri, sarebbe un’ inezia il costo di una prevenzione costante e programmata fatta da Comuni, Borghi e Paesi, e Comunità Montane.

Alcuni interventi, tra tutti quello del Presidente di Anci Sardegna, hanno questa consapevolezza: ma la svolta, ripeto, culturale prima che politica, a Rimini non c’è stata.

Francesco Chiucchiurlotto

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