Facile dire democrazia e democratico; che vuol dire?

Quante accezioni, significati, contenuti, assume oggi ed ha assunto nel passato e in ciascun Paese in cui il tipo di governo governante è stato definito democratico?

Bella domanda! dall’impossibile risposta univoca e definitiva, stante la mutevole volatilità delle umane cose e soprattutto della storia del pensiero sociale e politico del genere umano.

“Qui ad Atene noi facciamo così.” Diceva Pericle nel 431 a.C. ai suoi concittadini, e credo che come incipit per il tema della democrazia non si possa andare più lontano nel tempo.

“Qui il nostro governo” continuava” favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così.”

Ecco un punto fisso di ogni contenuto democratico: i molti ed i pochi, e già nell’ analisi degli intrinsechi contenuti dei termini emerge la primazia dei “molti”, non solo in quantità, sui pochi, magari i migliori, ma anche in qualità concettuale, poiché nei “molti” ci sono compresi i pochi, magari i migliori.

E’ la maggioranza dell’agorà, dell’assemblea cittadina, del parlamento o del Consiglio Comunale, che decide; un principio che è assorbito e legittimato da sempre come intoccabile, indiscutibile; non sol: assurto ad ipostasi di qualsiasi tipo di elaborazione che abbia per sbocco un sistema politico, o semplicemente interpersonale, ma anche come forma mentis trovata e provata, nascosta però, o meglio camuffata, nell’ordinarietà del consueto sentire.

Si è arrivati a questo assunto del principio di maggioranza, di politicamente corretto ante litteram, per esclusione delle innumerevoli prassi di altri metodi rivelatisi peggiori; come sosteneva Winston Churchill, “… la democrazia è un pessimo sistema di governo, ma non se ne conoscono di migliori!”

Così il voto della vecchietta ai limiti dell’incapacità d’intendere e di volere, vale quanto quello di un luminare benemerito e filantropico; come quello del disonesto truffatore a piede libero è uguale a quello del lavoratore “indefesso e probo”.

“E’ la somma che fa il totale!” sosteneva Toto’; la maggioranza di un consesso, di assise, di un aggregato, decide, delibera, comanda.

Si è cominciato a dare ordine al governo delle umane cose ricorrendo all’autorità suprema da tutti riconosciuta, cioè Dio.

Era Dio che conferiva la sovranità al Re, al Monarca, al Sovrano, che la esercitava “legibus solutus”, cioè come gli pareva: “ Quod Principi placet, vigorem legis habeat” (Ciò che aggrada il Principe abbia vigore di legge).

Poi dopo secoli di vicende più o meno sanguinose, la sovranità, cioè il diritto di autogovernarsi in un sistema di regole condivise e/o imposte, si trasferisce al popolo, cioè all’insieme di persone unite da una lingua, una cultura, un confine.

E’ quindi questo l’inizio del populismo? No perché l’art.1. comma 2 della nostra Costituzione recita: ”La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Ecco che partendo da questa lapidaria definizione che limita la sovranità che promanava addirittura da Dio e da Esso al Sovrano monocrate e poi al popolo, vorrei percorrere un tragitto di memorie e riflessioni sulla democrazia, i suoi limiti ed i suoi pericoli.

Francesco Chiucchiurlotto