“Uscire dalla gabbia”, fu la conclusione della prima riunione che tenne la Consulta Nazionale Piccoli Comuni dell’ANCI del dopo congresso di Milano; la gabbia cui si alludeva era formata da norme che imponevano l’obbligo associativo senza tenere conto delle condizioni reali né delle necessità reali dei Borghi e Paesi; da limiti demografici assurdi; da ruolo e prospettiva assolutamente inadeguati; da una percezione negativa diffusa circa il numero e l’esiguità di popolazione di alcune realtà; in questi anni è stato fatto un lungo percorso sia di elaborazione che di contenuti concreti sul quale è bene riflettere.

Innanzitutto è bene partire dall’inadeguatezza della collocazione dei cosiddetti Piccoli Comuni all’interno dell’ANCI, sia dal punto di vista dello Statuto che dell’organizzazione in una mera Consulta Piccoli Comuni; ciò ha comportato una minore organicità e condivisione esterna del dibattito presente nella Consulta nazionale, ma ha comunque prodotto due accelerazioni importanti come quella di Cagliari e di Cerignale.

Cagliari 2015 con l’affermazione del principio che se l’associazionismo è una pratica virtuosa essa va estesa a tutti Comuni; Cerignale 2016, con la proposta di legge sulle aree omogenee, un nuovo status degli amministratori locali, il Controesodo.

Sono state intuizioni che hanno trasformato la percezione stessa della posizione dei cosiddetti Piccoli Comuni :
La strategia del CONTROESODO è stata teorizzata come questione nazionale che pone le aree interne dei borghi e paesi e dei Comuni montani al centro di un investimento di risorse adeguate per svilupparne le potenzialità, conservando il patrimonio etno-demo-antropologico, ambientale e culturale e fermare quindi il loro invecchiamento, impoverimento e quindi spopolamento; ciò ha portato ad una visione di lungo periodo al posto di ciò che era stato per anni, lamento, inerzia, rivendicazione; ma presto abbandonata.

La proposta del superamento sia dei limiti demografici che dell’obbligo associativo è stata poi sancita dai rapporti periodici del Ministero dell’Interno, che se i nostri Parlamentari soltanto li leggessero, la questione sarebbe risolta da tempo.

Quei fattori ordinamentali fatti di limiti ed obblighi, sono falliti nei fatti sin dalle prime verifiche della legge 78/10; ora si aprono scenari diversi ma incerti, di riorganizzazione del territorio, con la riforma della pessima legge Del Rio, delle Province ed anche poi del TUEL.

Ma quando venne la legge Realacci, 28 settembre 2017, “Misure per il sostegno e la valorizzazione dei piccoli comuni, nonché disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici dei medesimi comuni “ ci fu un peana globale di politica ed istituzioni ad annunciarla come panacea definitiva di una annosa questione, che sì, profondamente motivata e rivendicata, ma sempre da componenti deboli e marginali dell’ordinamento.

Infatti, da allora non se ne è saputo più niente, con una sorte di sprezzante incuria e trascuratezza che accomuna governo ed opposizione con quell’ infame complicità che contrassegna da sempre il sopruso dei forti sui deboli.

Peccato!, perché non si è ancora capito che un possibile riscatto socioculturaleconomico del nostro schizofrenico Paese, non può che iniziare dai Borghi e Paesi italiani, volgarmente chiamati Piccoli Comuni. A quando fasce tricolori, come(pacifici) gilets gialli ?

Francesco Chiucchiurlotto