Mark Zuckenberg a 35 anni, dopo aver già una volta “sconvolto” (da “face”, volto) il mondo, si appresta a scatenare di nuovo un meccanismo mediatico che stavolta ha a che fare con l’economia finanziaria: si tratta di una criptovaluta, sul tipo dei Bitcoin, ma con garanzie di protocolli criptografici più cogenti e soprattutto un ancoraggio stabile affidato ad una moneta guida e non al mercato.

C’è un curioso contrappasso tra noi ed i popoli anglosassoni: in ITALIA sembra non potersi fare a meno di usare la lingua inglese, ma non per comunicare con il mondo, per questo siamo agli ultimi posti, ma per contrassegnare interventi, politiche, leggi; il più delle volte sonore fregature, tipo il “Job act”.

Gli americani, ed anche gli inglesi, non disdegnano invece di utilizzare il latino come lingua colta cui affidare definizioni, battezzare programmi, esprimersi universalmente: medium, media, plus, data, imperium ecc.

Stavolta, Zuckenberg appunto, ha chiamato Libra la sua criptomoneta, riferendosi a Roma caput mundi, centro millenario di un impero globale, come oggi gli USA ambiscono a fare in buona compagnia con Russia e Cina.

Libra, significa in latino bilancia, ed in effetti prima di avere un sistema monetario, Roma adottava nel secondo secolo a.C. un sistema di scambio in bronzo che di volta in volta andava pesato.

Oggi la libbra, che assunse un sinonimo universale di moneta di scambio nominale, quindi ogni conio valeva lo stesso, è usata in Inghilterra e pesa 453,6 grammi e vale 16 once, come sottomultipli.

Etimologicamente da Libra, deriva il termine “Lira” ed il simbolo della sterlina, la elle.

Ecco quindi che mentre ci dibattiamo in populismi d’accatto conditi di rigurgiti scazzottanti di neri neo nostalgici, e mentre torna di moda il centro-sinistra, con trattino o meno e mentre le contorsioni del Partito democratico, da Assisi al Nazareno come fosse una gita parrocchiale, si concentrano sul niente, siamo di nuovo senza un’analisi credibilmente approfondita per intervenire sulla nostra vita.

Abbiamo capito, non fino in fondo, il dominio dei social network, dei big data, delle leggi della fisica applicate ai comportamenti umani; del fallimento della rincorsa del centro e dell’opzione vincente della somma degli estremismi che ormai ‘sto centro lo occupa manu militari; che facebook con i sui 2,2 miliardi di connecting people ed i nostri circa 2000 click quotidiani sui nostri smartphone, determinano i gilets jaunes, la fortuna o meno di personaggi dello spettacolo, della politica, ed anche della stima di ciascuno nel proprio quartiere, nel proprio paese, nella propria famiglia.

Allora il Capitano o il Capitone (come dicono i suoi avversari), con Luca Morisi e la “Bestia” quell’apparato e piattaforma social micidiale e costoso; Filippo Sensi, che governava mediaticamente il “Giglio Magico“ di Renzi; Steve Bannon ed Andrew Breitbart con Donald Trump; Andy Wigmore ed Arron Banks per la Brexit di Farage; Arthur Finkelstein con l’ungherese sovranista Viktor Orban, tutti devono qualcosa a Gianroberto Casaleggio, italiano visionario che oggi ci manca nel dibattito globale sempre più incasinato e pericoloso.

Alla fine la rete, nella quale tutti siamo caduti, supererà lo spazio ed il tempo, detterà idee e comportamenti, renderà risibili le nostre ansie da divisione ed appartenenza? Il gusto di restare in vita per saperlo e magari determinarlo, è aumentato.

Francesco Chicchiurlotto