Una soddisfazione, per chi scrive le proprie opinioni e previsioni, ogni tanto ci vuole; leggere che Paolo Gentiloni fa autocritica dichiarando: “l’idea che abbiamo coltivato della disintermediazione, fa a pugni con il tessuto sociale del Paese”, mi ricorda le decine di volte che in pochi si indicava proprio nella disintermediazione il punto di caduta del renzismo ed i suoi deleteri effetti sia sull’azione di governo, sia sulla tenuta di consenso del PD.


Ora c’è un altro aspetto sul quale vale la pena di riflettere, il rapporto tra potere e mass media in generale e tra governo gialloverde e stampa, in particolare.

Dal Watergate (1972) in qua si è sempre più accentuata l’importanza dei media e poi dei social media, nella formazione dell’opinione pubblica e di conseguenza del voto, ed anche nella creazione di veri e propri epifenomeni che hanno segnato la nostra storia recente.

Un primo esempio ce lo da Piero Sansonetti nel suo “La sinistra è di destra”, BUR edizioni 2013, quando descrive minuziosamente la nascita di Tangentopoli e l’esplosione mediatica dell’inchiesta Mani Pulite, sino alla scomparsa della Prima Repubblica; gran parte di quel terremoto fu provocato dall’intesa, un vero e proprio patto di scambio di informazioni e di univocità di giudizio, tra l’Unità, che Sansonetti dirigeva, Il Corriere della Sera e Repubblica, i maggiori quotidiani che tiravano allora sul milione di copie al giorno.

Senza quel patto forse l’inchiesta si sarebbe fermata al “mariuolo” del Pio Albergo Trivulzio.
Altro esempio di come la storia venga influenzata dai giornali, è l’Affaire Libia: da una parte l’ex nouveax philosophe Bernard Henry Levy che inizia una campagna di stampa contro Gheddafi ed in più organizza con il beneplacito del Presidente Sarkozy l’incontro dei ribelli, dall’altra la concomitante campagna delle Olgettine contro Berlusconi che lo porteranno, fiaccato anche dallo Spread, alle dimissioni e quindi a lasciare campo libero all’aviazione francobritannica, sino alla morte di Gheddafi nell’ottobre 2011.

Ricordo che smisi di comprare La Repubblica, mio giornale di riferimento dalla sua fondazione, perché le 6 pagine al giorno di Bunga Bunga sottintendevano la sconfitta per via moral scandalistica e non politica, di Berlusconi, e poi perché non se ne poteva più.

Ma anche sulla crisi greca la stampa ed i media sono stati reticenti e proni alla vulgata di Bruxelles; così come oggi con la campagna forsennata sulla manovra confusa e bislacca di Tria, non si fa che attizzare i mercati peggiorando le cose.

Insomma non c’è solo da difendere la libertà di stampa, sempre ed ovunque, ma anche nell’esercizio di questo fondamentale diritto costituzionale, controllare che se ne faccia un buon uso.

Il conflitto di interessi tra chi possiede aziende, concessioni televisive e gruppi editoriali in Italia ed altrove è noto; l’editore puro di stampo anglosassone da noi è raro.

Siamo nell’alternativa tra quest’ultimo ed altre situazioni di ben altro stampo: il tritolo a Malta, le pallottole a Mosca, lo stupro omicida in Bulgaria, la galera in Turchia, Venezuela, Messico, per non parlare di Africa o Asia; non c’è da stare allegri, ma continuare a vigilare aggrappati alla nostra Costituzione come un naufrago agli scogli, anche se aguzzi e scivolosi.

Francesco Chiucchiurlotto

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