Francesco Chiucchiurlotto
Francesco Chiucchiurlotto

VITERBO – Chi ha visto il film o letto il libro di Anthony Macarten, l’”Ora più buia”, ha avuto una splendida, storica, esaltante lezione, di come le parole, la retorica, l’insieme di verbi, vocaboli, attributi, muovano l’animo umano ad azioni conseguenti e cambino il corso degli eventi, nel caso dell’Inghilterra di Churchill, dell’intera umanità.

Mi verrebbe da dire “Si parva licet …” cioè “ Se è lecito paragonare le piccole cose alle grandi” per trarne un qualche insegnamento o semplicemente per amor di discussione o intrattenimento, l’atteso discorso vespertino di Matteo Renzi, dopo l’ennesima sconfitta elettorale, è qualcosa di stellarmente lontano dalla grandezza di Winston Churchill e certamente ormai conoscendolo non potevamo pretenderlo, ma anche il peggiore che si sia da lui ascoltato.

Intanto l’atteggiamento tra l’arroganza antipatizzante e la sicumera verbosa; una immagine ben lontana dall’umanità contrita del post referendum del 2016; poteva fare una battuta sulla coincidenza cabalistica del numero quattro: al 4 dicembre ora si aggiunge il 4 marzo come date fatidiche negative; oppure sulle idi di marzo anticipate, come novello Cesare sfuggito alle coltellate dei congiurati.

L’annuncio atteso delle sue dimissioni è venuto, ma farlocco, come una beffa legata al procrastinarsi di un evento, la formazione del governo, che ha specificatamente articolato come una sfida che non lo riguarda: alla faccia della governabilità da garantire, della legge elettorale che aveva annunciato avrebbe fatto conoscere la sera stessa delle elezioni il vincitore; del fiato sul collo della UE pronta a chiedere interventi finanziari correttivi e provvedimenti sul debito pubblico.

C’è qualcosa di malato nel tornare ancora una volta alla madre di tutte le sconfitte, quella referendaria, come se quel 60% di Italiani del NO, nel frattempo, si fossero pentiti ed avessero ammesso contriti il loro errore; l’elenco infinito dei successi che vengono dai suoi 1000 giorni, che negano alla radice ogni spiegazione della sconfitta, se non per colpa dei soliti Italiani; le sventagliate contro i suoi, deridendo Minniti, sottovalutando Gentiloni, bacchettando il Presidente Mattarella, stigmatizzando “ i caminetti”, versione obsoleta dei “gigli magici”, di ben altro conio politico; gli “inciuci”, come se la stabilità del Paese fosse un affare da sottobosco elettorale, e non un “patto del Nazareno” moltiplicato in dignità per cento; gli “estremismi”, che risultano essere tutti gli altri, senza distinzioni.

La politica ridotta ad una vicenda di potere personale non è inusuale e non sarà esempio isolato; la fase storica che attraversa la sinistra confusa nella globalizzazione, alla ricerca di una via nuova dopo il fallimento della “terza” e la non replicabilità, almeno da noi, della “quarta” macroniana, meriterebbe ben altro.

Le dimissioni si danno per serietà e concretezza e soprattutto per rispetto ed anche amore per la propria parte politica e per coloro che ne fanno parte; oppure non si danno e si affronta un giudizio decisorio, con gli argomenti che si ritiene di avere, a viso aperto e sereno.

Passare dal 40% al 19% è più di uno smottamento di consensi, è più di una vicenda che riguarda un uomo o un ceto politico, è più di un presagio di ulteriori sconfitte. L’ora più buia deve ancora venire?

Francesco Chiucchiurlotto (Res 142)

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