Luigi Di Maio - Dire.it

Adriano Celentano tempo fa ebbe molto successo con un programma televisivo in cui, con piglio professorale, classificava cose, fatti e persone in due categorie ben distinte di rock e lento, il rock naturalmente come accezione positiva.

Oggi, mutatis mutandis  (sic!) il genere musicale di riferimento sembra essere il pop, cioè un macrogenere musicale contemporaneo che ricomprende tutti i sottogeneri specifici della canzone popolare e contraddistinti da una diffusione intermediale massiccia e pervasiva; d’estate si chiama “tormentone”.

Naturalmente “pop” è anche la radice di populismo, un macrogenere politico che ricomprende tutte le pulsioni emozionali istintive, tutti i preconcetti di facile ed indimostrata acquisizione, tutte le risposte banali e scontate a problemi difficili e complessi.

Poi, una volta c’era il patriottismo, il senso di appartenenza ad una lingua, una religione, una cultura ed un confine, che si esprimeva in un rigore morale ed un impegno civile che aveva la caratteristica di essere comune, universale, unitariamente indiscutibile.

Oggi si chiama sovranismo e sembra essere appannaggio solo ad una certa parte politica e sociale mentre l’altra, che viene esclusa dal novero dei patrioti, è oggetto di dileggio e discriminazione.

Chi parla in nome del popolo, che è un tutto o meglio il tutto, e lo maneggia all’interno delle sue posizioni e delle sue convenienze, che sono di parte, esercita una manipolazione dialettica senza precedenti, estremamente pericolosa alla luce della storia recente e recentissima.

Chi parla in nome della Patria, che è di tutti e non di alcuni, e se ne arroga il diritto dell’esclusiva a vantaggio di un consenso ingiustificato altrimenti, esercita una ulteriore manipolazione dialettica, altrettanto pericolosa della prima.

Così come in una maionese impazzita avvengono cose strane, inusuali, sorprendenti: in una elezione regionale, importante ma pur sempre locale, si impone la dimensione nazionale, addirittura si paventa la fine della legislatura da poco iniziata; uno dei candidati non appare se non sporadicamente ed ha come succedaneo di lusso un capo partito ubiquo e pervasivo, che però da poco  ha rinunciato sua sponte  a fare il ministro.

Dall’altra parte, immemori della lezione che avrebbero dovuto recepire dal ventennio berlusconiano, si subisce l’agenda avversaria, cadendoci dentro con tutte le scarpe e finendo a giocare con regole altrui; inoltre si sbandiera il forse gattopardesco “cambiare tutto” senza nessun nuovo provvedimento, neanche un assaggio.

Un punto qualificante del governo giallo-verde, o Conte 1, cioè il taglio dei parlamentari, viene sottoposto a referendum grazie alle firme decisive dei senatori della Lega, anche se si sa bene che verrà respinto alla grande, solo perché, a proposito di poltrone, un conto è applicare la percentuale dei seggi ottenuti su 900 posti, un altro su 600; del resto è con i voti della Lega che Salvini è stato preliminarmente rinviato a giudizio per i noti fatti.

Alla vigilia di una importante scadenza elettorale, e non dopo, si dimette un capo politico lasciando quanto meno allo sbando un elettorato forse decisivo.

Infine dal cilindro italiano altra sorpresa: le sardine !

Francesco Chicchiurlotto