A che categoria appartiene il mercato inteso come scambio di beni e servizi che nell’ultimo trentennio è andato sotto il nome di globalizzazione poiché ha riguardato tutti i paesi del mondo, economica o politica?

La risposta non è di poco conto perché da essa dipende la comprensione delle dinamiche geopolitiche di oggi, e quindi la giustezza delle scelte che determinano anche il nostro futuro.

Una interpretazione corrente che riguarda la più estesa, forte, complessa economia, quella cinese, fa cominciare il fenomeno della globalizzazione, o meglio l’accelerazione ad esso impressa in modo decisivo, dall’avvento di Deng Xiao Ping, l’ometto dal sorriso enigmatico che è sopravvissuto agli eredi di Mao Tse Tung, con il buon senso millenarioconfuciano.

Deng rispose alla nostra domanda iniziale centrando con un meccanismo dal basso di sperimentazione la commistione dialettica tra politica e mercato, mantenendo nel Partito Comunista Cinese il titolare della prima, ma senza ideologismi e dogmi maoisti, e sviluppando le forze produttive tipicamente capitalistiche, talvolta in modo sfrenato, ma sempre all’interno di una pianificazione che partiva dalle periferie per raggiungere in forza dei risultati, tutta la Cina.

L’aforisma del topo che, purchè catturi i topi, non ha alcuna importanza se sia rosso o nero, è una semplificazione efficace del pensiero di Deng.

Il successo straordinario dell’economia cinese, che tolse dalla fame e dal sottosviluppo milioni di persone, impresse a tutti i mercati una spinta che sembrava irresistibile, e negli anni 1978/1992, in cui Deng a 93 anni morì, contiene quel 1989 che con la caduta del muro di Berlino fece pensare come realistica la fine della storia.

Non andò così e sicuramente con il senno del poi si è trattato di un errore epocale.

Credo che da allora si sia andati con il passo del gambero, perché il confronto tra sistemi, tutti derivati dal capitalismo classico, non si è interrotto: Capitalismo liberal democratico, turbo capitalismo pianificato cinese, capitalismo autocratico russo e loro derivati, hanno continuato a giocarsi l’egemonia sulle materie prime, sulle tecnologie, sulle armi.

Ma l’equilibrio che diveniva sempre più precario all’interno dell’economia globale e dei sistemi politici di riferimento, è stato spezzato dalla Russia di Putin con l’aggressione all’Ucraina; trattandosi di un dittatore sanguinario non è facile capire cosa si sottenda alle scelte di una guerra, per loro stessa ammissione, “guerra civile”, con aspetti di crudeltà ed efferatezza inusitati.

Ma quella globalizzazione dei mercati stava lasciando indietro i russi; le loro uniche risorse erano gas, petrolio, minerali pregiati; non un segno di quella innovazione e conoscenza che l’Occidente ed anche la Cina stavano imprimendo con i loro prodotti nella vita di miliardi di individui.

Ecco quindi, forse la vera causa della guerra, un ritorno al passato come riscatto di un presente inadeguato ed insoddisfacente; la sindrome di accerchiamento fatta non da sistemi militari o da una NATO aggressiva, ma semplicemente dalla non competitività di un sistema cleptocrate, in mano ad oligarchi da sottoporre a periodiche purghe.

Il mercato è quindi innanzitutto categoria politica, e se è in perdita non solo materiale e finanziaria, ma ideale e geopolitica, tutto può succedere.

Francesco Chiucchiurlotto

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