Francesco Chiucchiurlotto

 

VITERBO – “Fare un’Italia nuova. E’ questa la ragione, la missione, il senso del Partito democratico. Riunire l’Italia, farla sentire di nuovo una grande nazione, cosciente e orgogliosa di sé. Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi.

Ridare speranza ai nuovi italiani, ai ragazzi di questo Paese convinti, per la prima volta dal dopoguerra, che il futuro faccia paura, che il loro destino sia l’insicurezza sociale e personale.

Per questo nasce il Partito democratico. Che si chiamerà così. A indicare un’identità che si definisce con la più grande conquista del Novecento: la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere.

Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all’irrinunciabile tensione all’uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno.”

Era il 27 giugno del 2007 ed al Lingotto di Torino Walter Veltroni pronunciava davanti ad una eccezionale platea costituita da gran parte della classe dirigente del centro-sinistra italiano, lo storico discorso fondativo del Partito Democratico, che unendo il meglio della tradizione comunista e democristiana, toglieva il famoso rassicurante trattino tra centro e sinistra e individuava i destinatari di tale nuova formazione politica proprio nei giovani che non avevano vissuto quelle esperienze; sembra passata un’era geologica.

Ed è li al Lingotto, che Matteo Renzi vuole ritornare per avviare un nuovo ciclo, visto che ne ha dichiarato chiuso il primo nell’ultima direzione.

Nei 10 anni trascorsi la storia del PD ha avuto un andamento altalenante, tormentato, contraddittorio ed a stare alla lettera dell’incipit sopra riportato, purtroppo fallimentare.

Una Italia nuova ed orgogliosa, unita e finalmente libera dalle sue storiche dicotomie: nord/sud, giovani/anziani, operai/autonomi, con i suoi giovani che vivano fiduciosi sicurezza sociale e personale, non è quella che abbiamo davanti; non è quella che Renzi ci aveva raccontato e promesso in questi suoi tre anni e qui affondano le veri ragioni scissionistiche.

E’ proprio in questi ultimi tre anni, soprattutto nell’ultimo referendario, che si è consumato il distacco tra governo e giovani, sud, lavoratori, periferie, e vi ci si annuncia il ritorno per un nuovo messianico ciclo, per riprendere un cammino, ad oggi, senza una meta condivisa ed una coesa compagnia; per ricominciare qualcosa senza aver detto cosa è veramente finito.

Viene in mente Andrè Gide di ritorno dall’URSS di Stalin, dopo averne tracciato una impietosa disamina negativa, scrisse sulla Patria del Socialismo: “ Non è quel che sembrava essere; non è quel che dovrebbe essere; non è quel che ancora si sforza di essere.”

I cento giorni di Napoleone dopo la sconfitta di Waterloo, come abbiamo studiato a scuola, furono il disperato tentativo di riaffermare un disegno politico imperiale, una egemonia culturale sull’Europa, una leadership personale; più modestamente vorremmo segnalare che per Renzi, i 100 giorni dalla sconfitta del 4 dicembre, cadranno tra un po’ nei pressi delle idi di marzo; stavolta non si affileranno ne useranno pugnali e daghe, né si spargerà sangue in Senato come con Cesare, ma movimenti e conciliaboli in corso, che qualcuno definì una volta, “ lavorii ” , non promettono per lui niente di buono.

Francesco Chiucchiurlotto (Res 68)

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