Tra un poco, dopo l’Epifania con l’arrivo “di notte, con le scarpe tutte rotte” della Signora Befana e con gli ultimi doni racchiusi in calze da appendere al camino, per chi ce l’ha, avremo un nuovo inizio d’anno, nella sua cruda, fredda, disilludente continuità.
E’ un gioco antico, perenne, consueto, questo del susseguirsi degli anni con la nostra concezione cristiana del tempo che può essere rappresentata da una retta verso l’infinito, in un crescendo di sviluppo e progresso, verso il meritato premio per i buoni del Paradiso, per i cattivi dell’Inferno; verso quella fine del tempo che è l’eternità divina.

Ma forse avevano ragione i Greci con la loro concezione del tempo, non come una retta ma come una spirale che si avvolge in continuazione su sè stessa, un eterno ritorno che riproponendo le stesse domande sulla condizione umana, affida alla filosofia le risposte possibili.

Fatto sta che una certa malinconia si avverte, anche perché in tempi di pandemia irriducibile e variabile, alcuni dei suoi effetti cancellano la residua euforia, dei riti religiosi e laici del fine anno e della benaugurante accoglienza del nuovo, in tempi più accelerati del solito.

E rieccoci con l’Italia a zone colorate, con le percentuali di contagio che salgono, con i ritardi sulle vaccinazioni, con i dubbi sulla riapertura delle scuole, sulla tenuta del governo, dell’economia, dell’occupazione; il timore dei venti di guerra nel Mediterraneo, degli effetti della Brexit, del buon impiego degli euromiliardi, della politica dei bonus e del rinvio di tasse e licenziamenti.

Ed allora le analogie con il tempo passato si impongono, anche perché è nella nostra più profonda cultura l’impiego degli anniversari, centenari, genetliaci per ricordarlo e magari trarre insegnamenti e notazioni dai paralleli temporali più significativi: 2021, la scissione del PSI a Livorno con la nascita del PCdI di Amadeo Bordiga, proprio mentre montava l’ondata fascista; i 700 anni di Dante Alighieri, con l’immenso bagaglio letterario in cui cercare le nostre radici di popolo, i nostri caratteri identitari, sociali, politici e religiosi.
Ma anche quelli che furono definiti “anni ruggenti”, gli anni dal 1920 tra due guerre mondiali e soprattutto quelli contrassegnati nel 1929 dal crollo di Wall Street e dalla grande depressione, che potrebbero darci qualche indicazione preziosa sull’oggi.

Per esempio l’errore che allora si commise dopo il “giovedì nero”, che fu di bloccare i licenziamenti nelle aziende travolte dal crollo della borsa; si pensava in questo modo di sostenere la domanda interna e quindi di tenere accesa una fiammella che avrebbe costituito l’innesco della ripresa.

Invece quei salari non alimentarono i consumi ma i risparmi delle famiglie spaventate dalle prospettive minacciose che si parava dinnanzi, e furono una dispersione di risorse fatale per risollevarsi dalla crisi sino al new deal di Roosevelt.

L’analogia con la proroga della scadenza del 31 marzo prossimo del blocco dei licenziamenti, della CIG gratuita per le imprese e del reddito di cittadinanza, qualche preoccupazione la da: che accadrà dopo?
Ma ancora c’è da passare in famiglia l’Epifania e dallo sguardo limpido, curioso ed impaziente di figli e nipoti davanti alla calza della Befana, trarremo nuovi e buoni auspici!

 

Francesco Chiucchiurlotto