Stavo leggendo nella raccolta di pamphlets “Libertà” edita da STAMPA ALTERNATIVA qualche decennio fa, e curata da Carlo Galeotti, noto intellettuale viterbese, la frase-motto di Piero Gobetti: “Che ho a che fare io con gli schiavi?, quando mi si è formulata una ipotesi azzardata su cui però penso valga la pena riflettere.

In – Rivoluzione liberale – Piero Gobetti chiama il fascismo come: “Autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione tra le classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione”.

Confesso di non averne mai capito a fondo il significato: il fascismo ha descritto, interpretato, manifestato, esaltato quella identità nazionale che già lo comprendeva?

Che da sempre gli preesisteva?

Esso non ha fatto altro che liberare dai freni inibitori delle convenzioni familiari, delle convinzioni morali e religiose e semplicemente quelli della buona educazione, una nazione che invece intimamente se ne “fregava” di tutto questo?

Insomma siamo un popolo al quale, per muoverlo e guidarlo, non si deve parlare alla testa, al buon senso, all’intelligenza, ma alla pancia, anzi alla trippa?

Gobetti poi intuisce in modo eccezionale la distinzione tra il fascismo ed il ben più pericoloso Mussolinismo e già nel 1922 ne traccia una sintesi profetica: “… più grave del fascismo stesso perché ha confermato nel popolo l’abito cortigiano, lo scarso senso della propria responsabilità, il vezzo di attendere dal duce, dal domatore, dal deus ex machina la propria salvezza”.

Con il dopoguerra, la Costituzione, i partiti di massa, la libertà d’espressione e l’esercizio dei diritti democratici, quella nazione e quel popolo vissero una lunga stagione di “responsabilità”, di acculturazione di massa alla partecipazione, all’impegno ed al confronto delle idee; almeno sino alla caduta del muro di Berlino fine anni ’80.

Con la fine delle ideologie, seguita in Italia dalla dissoluzione dei partiti di massa, è venuto meno un collante unitario e volontaristico che aveva due aspetti strettamente connessi: un riferimento culturale solido che si sostanziava poi in opinione politica; una rete organizzativa capillare che si nutriva di partecipazione comunitaria e partitica.

Ecco che allora non poteva non riemergere il DNA della nazione, antropologicamente sedimentato, nelle forme che chiamiamo oggi populismo, in un contesto internazionale molto simile, determinato stavolta dalla novità del protagonismo dei media e dei social media.

L’esito non era però scontato, almeno a sinistra: per le altre posizioni politiche era un quasi ritorno a casa, per la sinistra si è trattato di una inadeguatezza grave, perché per non trarre le conseguenze del fallimento di una intera classe politica, si sono cercate terze vie o scorciatoie effimere, di carattere anche populistico, come la fondazione del PD.

La crisi della sinistra internazionale è palese ed in Italia, pur governando, non riesce a dare una direzione prospettica e strategica alla “nazione”, mantenendosi in una perenne crisi in cui si stanno consumando le ultime generazioni di militanti con esperienza e formazione PCI e DC, lasciando dietro di sé, temo, il vuoto pneumatico.

Piero Gobetti scrisse nel 1924 “La rivoluzione liberale” a 23 anni; morì due anni dopo a Parigi per le conseguenze di un criminale pestaggio fascista eseguito su ordine dell’ormai Duce, che doveva impedire ai migliori cervelli italiani di funzionare.

Perché per chi comanda, o vuole comandare, è rischioso parlare all’intelligenza; faticoso trovare soluzioni verificabili o confrontarsi con la verità dei fatti, quando è possibile, comodo, preferibile parlare alla pancia, o meglio alla trippa di un popolo, fatto però di schiavi e non più di cittadini.

Francesco Chiucchiurlotto