Non fatevi sfuggire in edicola il volume da oggi allegato a Repubblica (Pubblicità Progresso Gratuita), intitolato ALLA FONTE DELLE PAROLE – 99 etimologie che ci parlano di noi – di Andrea Marcolongo (una donna per precisare) edizioni La Repubblica.

Le parole, già le parole: in principio era il Verbo, ricordate? Et verbum caro factum est, quando Dio, il Verbo, si fa uomo attraverso il Figlio; Protagora, Gorgia, Prodico, Ippia e Zenone, cioè i sofisti che della parola fanno uno strumento per conquistare le anime, con una sua autonomia, forma, regole.

Poi la retorica aristotelica e le modalità della persuasione, sino al De oratore di Cicerone e via via le tecniche del consenso sino ai mass media ed i social media dei nostri giorni.

“Le parole sono il nostro modo di pensare il mondo,” ci dice Andrea Marcolongo “ il mezzo che abbiamo per definire ciò che ci circonda e quindi inevitabilmente per definire noi stessi.”

Ecco che si chiude il cerchio tra il fuori ed il dentro, tra la realtà interna ed esterna, tra io, es e super io, tra ciò che siamo e ciò che pensiamo di essere e ciò che gli altri percepiscono di noi.

Cosa c’è al centro di tutto questo?

L’etimologia delle parole, il percorso che hanno fatto dai suoni gutturali dei primi umanoidi ai gorgheggi estasianti di una Callas, per esprimere, interpretare, comunicare il loro messaggio.

L’aggettivo significa “vero” e tutti sanno quanto bisogno di verità ci sia oggi, in cui dominano le cosiddette fakes news, cioè le parole lontane dal loro etimo e dalla loro naturale scansione logica.

Sono solo 99 le parole indagate, ma sono più che sufficienti per farci capire che il compito da proseguire è pressochè infinito e che quindi il gioco-ricerca può proseguire oltre la lettura del libro.

Ma il linguaggio, il libero esercizio fonetico delle parole e dei suoi contenuti significanti, corre oggi dei rischi dopo la deriva delle story telling, va verso posizioni nuove contrassegnate da una diffusa modalità di giudizio, l’intolleranza.

Il presupposto che le mie parole siano giuste e quelle degli altri sbagliate; che possano parlare soltanto alcuni e non altri di certi argomenti perché l’assimilazione al genere, al colore della pelle, al ceto sociale sono di per sé autosufficienti; che alla fine ciascuno si crea il proprio senso comune e non si accorge di rinunciare o negare quel che più gli occorre, il buon senso.

Così si costruiscono grandi fortune e grandi disgrazie, mediatiche.

Qualcuno chiama questo fenomeno : – il politicamente corretto -, la cui etimologia ci porta al latino “corrigere”, “rigere cum”, cio reggere, dirigere con…, allo scopo però di migliorare, perfezionare, emendare qualcosa, e non come accade oggi, solo tirare l’acqua al proprio mulino e rinunciare alla ricchezza dei significati ed alla pluralità del pensiero.

 

Francesco Chiucchiurlotto