Umberto Galimberti, uno dei pochi maitre à penser italiani, di cui consiglio spassionatamente di seguirne sul web le lezioni o leggere i suoi libri, che escono anche in edicola, ama ripetere che il nostro pensiero non può andare al di là delle parole che conosciamo.

Cioè non esiste pensiero umano che non sia formulato attraverso le parole; ergo se le nostre parole sono in quantità ridotta, oppure ne facciamo un uso sbagliato, oppure ancora non ne conosciamo l’intimo e preciso significato, anche il nostro pensiero ed il nostro agire che ne segue, avrà tali difetti.

Ci sono poi i tormentoni linguistici che ogni tanto imperversano nelle relazioni verbali e scritte, su media eweb: un tempo, specie in una certa cultura sinistrese c’era “nella misura in cui”poi “ in qualche modo”, “come dire”; oggi abbiamo “in realtà” che sta conquistando sempre più spazio.

E’ chiaro che sono interiezioni particolari che servono a guadagnare tempo per il nostro cervello che sta formulando una comunicazione espressiva, e sostituiscono o si aggiungono a quanto già esiste nel patrimonio linguistico,sia in seno oppositivo che descrittivo.

Ma poi c’è l’uso di certi vocaboli che ambiscono ad avere un significato che trascende il contenuto del linguaggio e che provano a delimitare uno spazio dialettico riconducibile ad una appartenenza politica precisa.

Così Nazione e Patriota recentemente introdotti dopo le ultime elezioni vinte da Giorgia Meloni, tendono a sostituire tutto ciò che eravamo abituati ad identificare attraverso il termine Paese e Cittadino, che ci riconducevano all’Italia ed agli Italiani.

Ora il termine Nazione non è così pacificamente individuabile e contrassegnabile: la sua etimologia è da nascita, e quindi all’inizio in Roma distingueva le tribù e le appartenenze famigliari, piuttosto che l’insieme dei cittadini, appunto.

I Romani nell’SPQR (Senatus populusque romanus) che consacrò la loro fortuna, distinguevano tra Senatus e Populus come componenti della Res Publicache era una costituzione statuale piuttosto che socio culturale.

Infatti quest’ultima accezione si andò successivamente configurando sulla base dei tratti comuni distintivi che riguardavano gli stessi confini, la stessa lingua, cultura, religione, storia, tradizioni, etnia; poi invece con Jurgen Habermas, ed altri, la nazione diviene un libero contratto sociale sancito da una comune Costituzione. (gli USA ne sono esempio evidente)

Il concetto di Nazione non ha però un significato universaleed esaustivo, utilizzabile in ogni circostanza e necessità, come del resto allo stesso modo lo è lo Stato, che comunemente viene indicato come onnicomprensivo apparato burocratico amministrativo che copre ogni aspetto relativo all’Italia ed agli Italiani; per certi versi assorbendo la nozione di Nazione.

Ma con la riforma costituzionale del 2001 l’art. 114 mette ordine sancendo che : La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città Metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.”

Fa così giustizia della preponderanza e spesso prepotenza dello Stato nei confronti delle altre componenti che gli sono equiparate, e lascia campo libero all’uso del termine Nazione per l’ambito socioculturale.

Ma la Meloni farebbe bene ad alternare, (i consigli non costano niente) a Nazione il termine Repubblica quando si tratta di riferimenti di carattere istituzionale, abbandonando quello di Statoormai superato e fuorviante; – W la Nazione, W la Repubblica ,W l’Italia, sarebbe una bella conclusione di ogni discorso ufficiale.

Francesco Chiucchiurlotto

Articolo precedenteFondo per l’inclusione della Regione Lazio, entro il 30 gennaio le domande
Articolo successivoFlaminia Civita Castellana si rinforza in attacco con Marco Simonelli