C’era una volta un Carosello (spot pubblicitari sceneggiati o a cartoni animati), il cui protagonista era un pulcino sfigato ed evitato da tutti perché “piccolo e nero”; poi si scopriva, grazie ad un detersivo, che era solo sporco e che tolta la sporcizia era bellissimo e bianco come gli altri; è la metafora dei Piccoli Comuni e della legge, la 158/17 che prende il nome dal suo primo firmatario.
Lungo 4 legislature, sicuramente con tenacia, dai tempi di “Voler bene all’Italia”, Ermete Realacci ha portato avanti un disegno di legge in favore dei 5547 borghi e paesi italiani, impropriamente chiamati Piccoli Comuni (PC).

Il tempo conta sempre e particolarmente in politica e nelle istituzioni e nel nostro caso il testo del disegno di legge originale, pur rimaneggiato, sconta l’inadeguatezza ad una diversa percezione della realtà istituzionale italiana, soprattutto dopo il referendum del 4 dicembre 2016.

La legge unanimemente approvata in Senato nell’ottobre 2017, ha conservato, nonostante il loro conclamato fallimento, l’obbligo associativo ed il modello privilegiato dell’Unione di Comuni; ma sconta soprattutto una concezione normativa ormai superata sui PC, cioè quella specialistica; vale a dire quella che ha prodotto un intervento legislativo dedicato e specifico, costruito su un parametro fuorviante come quello esclusivo della popolazione, ignorando il parametro europeo della densità (

Cos’ha di “speciale” un livello istituzionale che interessa circa il 70% dei Comuni, il 54% della superficie del territorio italiano ed una popolazione di 10 milioni di abitanti (come l’Austria) destinata a raddoppiare in molti mesi dell’anno?

E’ evidente che troppo a lungo non si è voluta vedere l’ordinarietà di questa realtà, la sua straordinaria portata culturale e socioeconomica; il ruolo ad essa implicito di tutela e manutenzione del territorio; una concezione ordinaria ed olistica dei Comuni e quindi anche dei PC, non esclude interventi speciali in casi speciali, come quelli di semplificazione, ma non consentirebbe che si crei per loro una sorta di apartheid istituzionale, una gabbia improntata alla quasi commiserazione ed all’obolo.

Un esempio per tutti i provvedimenti per le periferie: 7 miliardi stanziati e 2 impegnati ed assegnati, a fronte del finanziamento della 158/17, di 100 milioni in 7 anni.

Quel che stride è sicuramente la differenza quantitativa, ma ancor più stride il fatto che si opera sugli effetti costituiti dal degrado delle periferie urbane sovraffollate e non sulle cause determinate dallo spopolamento delle aree interne dei PC.

Una visione ordinaria della problematica doveva portare ad intervenire su entrambi gli ambiti, curando sicuramente l’urgenza degli effetti nelle periferie, ma almeno cominciando a bloccarne le cause nelle aree interne; se si aggiunge che così com’è la legge è inapplicabile, in attesa di un elenco di 5547 piccoli comuni, messi in una graduatoria quasi impossibile da stilare e facilmente soggetta a ricorsi, si è passati, ad un anno dalla promulgazione, dall’euforia, allo sconcerto, alla delusione.

Cercasi con urgenza una iniziativa politico-parlamentare, detersiva dello sporco accumulatosi in anni di sottovalutazione e malafede.

Francesco Chicchiurlotto

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