Francesco Chiucchiurlotto

 

VITERBO – Sostiene Marco Revelli, che c’è un minimo comun denominatore in tutti fenomeni politico sociali che usiamo chiamare populisti: il primo fattor comune è naturalmente il “popolo”, nella sua accezione prepolitica, precivile, da stato di natura russoiano (non a caso la piattaforma 5stelle è intitolata a Jean Jacques Rousseau) in cui il “buon selvaggio” deve solo temere di essere corrotto dalla società e per questo con essa stipula appunto un “contratto sociale”.

Il secondo è la presenza di un’etica, di una sorta di morale universale di cui il popolo è depositario e che si contrappone ineluttabilmente con chi ne incarna il contrario, cioè il male, la corruzione, la cattiveria, quasi sempre chi detiene il potere, l’establishment di turno.

Il terzo fattore è la spinta al trionfo del bene, la marcia verso la liberazione dalle oligarchie oppressive, che si ottiene seguendo un leader carismatico, e talvolta visionario e profetico.

La varia combinazione di queste componenti dosa e caratterizza nella storia e nella contemporaneità, i cosiddetti populismi.

Sostiene Cas Mudde, politologo olandese, che il populismo è “una ideologia che considera la società in due gruppi omogenei ed antagonisti: il popolo “puro” contro l’èlite “corrotta” e che intende la politica come espressione della volontà generale.”

Sostiene Jean Michel Naulot : “Populista è l’aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle.”

La fulminante perifrasi di Naulot trova contenuti convincenti nell’analisi socioeconomica della teoria della società dei due terzi: cioè due terzi che se la cavano anche piuttosto bene ed un terzo invece che sprofonda nel degrado e nell’indigenza; quando i partiti di sinistra trovano il loro insediamento elettorale e referenziale nel primo tipo di società, l’altro li abbandono su pulsioni necessariamente populiste.

Sostiene Luca Ricolfi che “ quella che si sta delineando dopo lo tsunami della globalizzazione e lo shock della crisi, è una nuova frattura politica fondamentale che non sostituisce completamente la diade destra-sinistra ma con essa interferisce ed ad essa si intreccia” Destra e sinistra ufficiali appaiono troppo simili e complementari e tutto ciò che si oppone loro e che per comodità chiamiamo “populismo”, non è che “l’impetuosa domanda di protezione che sale dai popoli.”

Sostiene Manuel Anselmi che le caratteristiche per la configurazione di una definizione minima di populismo sono: “una comunità popolo omogenea, interclassista che si percepisce come detentrice assoluta della sovranità popolare ed esprime un atteggiamento anti establishment e si impone come alternativa alle èlites preesistenti – un leader carismatico in connessione diretta con la comunità popolo – uno stile discorsivo, argomentativo e comunicativo sempre manicheo….”

Sostiene Cesare Segre che “ la nostra classe politica, che in tempi non lontani annoverava ottimi parlatori ed oratori, tende sempre di più ad abbassare il registro, perché pensa di conquistare più facilmente il consenso ponendosi ad un livello meno elevato: è la tentazione strisciante del populismo.”

Sostiene Mark Thompson che “ci sono problemi non meno seri della frammentazione e dell’ascesa dei populisti: l’apatia della gente e la fine dell’impegno in politica.”

Francesco Chiucchiurlotto (Res 88)