Francesco Chiucchiurlotto

 

VITERBO – Questa lunga, defatigante ed a tratti noiosa campagna referendaria, volutamente procrastinata al 4 dicembre, oltre a lasciare tracce indelebili, in gran parte negative, nel tessuto connettivo della nazione, ha offerto molteplici spunti di riflessione. In particolare, per quel che mi riguarda, sul Partito Democratico.

La leadership del PD ante/Renzi si premunì dagli eventuali sconquassi che avrebbe comportato una sua affermazione alle primarie per la Segreteria nazionale, effettuando prima quelle provinciali e regionali, che in buona sostanza registrarono la vittoria dello status quo di marchio Bersaniano/Dalemiano.

Quello che poi segui’ sparigliò le carte e ci si ritrovò in un assetto inedito, con una fortissima concentrazione di potere nelle mani del Leader/Premier, che con il 40% alle Europee apriva scenari allettanti, verso cui scattò l’istinto naturale e secolare degli Italiani, quello del conformismo e del trasformismo.

Da “o Franza o Spagna purchè se magna”; alla “ feconda trasformazione” di Agostino De Pretis appena la sinistra a fine ‘800 vince le elezioni, e via via sino ai dorotei ed al “doroteismo” che, con i dovuti distinguo, anche nel PCI trovava la sintesi di potere in chi tagliava le ali destre e sinistre.

L’allineamento è avvenuto in pochi mesi: le migliaia di Segretari di sezione, e le centinaia Segretari di Federazione Provinciale, che osannavano D’Alema alla Fiera di Roma e negli altri annuali periodici incontri, o ritenevano Bersani grande riformatore o addirittura bello come Gary Cooper, insieme alla nomenclatura delle Regioni e delle Province e città Rosse, rapidissimamente si convertono al Credo Renziano.

Nascono e proliferano i cerchi magici o “gigliati”; la natura stessa del potere politico ed istituzionale muta natura: non sono più i princìpi, i valori, gli intenti, pur riassunti nei documenti fondativi del Partito
Democratico a determinare le dinamiche di potere periferico e centrale, ma la fedeltà al Capo ed al suo pensiero del momento; contano le prospettive di occupazione del potere che si aprono, o quanto meno la conservazione di ciò che si ha, in modo completamente svincolato da ogni legame storico/ideologico, cancellando le radici e le tradizioni della sinistra PCI-PDS-DS.

La campagna referendaria ne è la più evidente prova: chiunque dell’apparato e della dirigenza o chiunque abbia una posizione di potere nel PD, salvo rare eccezioni, è per il SI; chiunque ha un legame, una prospettiva che dipenda da una decisione politico/istituzionale imperante, è per il SI; naturalmente al netto di una minoranza in buona fede.

La cosa eccezionale è che i più realisti del re sono quelli che si definiscono non/renziani, cioè pronti a cavalcare qualsiasi situazione, in caso le cose vadano male.

Leggere il Manifesto dei Valori del PD del 2008 sulla parte che riguarda la Costituzione, in cui si mette in guardia dalle modifiche a maggioranza e non con ampia condivisione; in cui si ricordano i princìpi che portarono a respingere la riforma di Berlusconi del 2006; in cui si sottolinea l’importanza e la delicatezza del rispetto dovuto ad essa, per comprendere come gran parte della classe dirigente del PD abbia scelto i Prìncipi e non i princìpi.

Francesco Chiucchiurlotto (Res 51)

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