Francesco Chiucchiurlotto

 

VITERBO – Se ne parla poco e con un certo imbarazzo di quell’anno non ancora di piombo ma di ferro e di fuoco senz’altro, che è stato il 1977; mentre si appressa la data del più famoso cinquantennale, quello del 1968, che immagino molto più frequentato da attenzione mediatica e prolusione intellettuale, forse riflettere sull’inizio degli anni di piombo e sulla tragedia di una generazione di giovani, non è esercizio inutile.

Ho avuto la ventura di sostare sino alla laurea presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, per il decennio 1968/1978, vivendone i convulsi accadimenti fatti di occupazioni, assemblee permanenti, cortei autorizzati o meno, scontri e violenze dentro e fuori dai cancelli: dalla manifestazione per l’eccidio dei braccianti di Avola del dicembre ’68, alla “cacciata” della CGIL di Luciano Lama dal Piazzale della Minerva del febbraio 1977.

In mezzo gli esami fuori corso, il lavoro a Milano con l’incontro con i resti del Movimento Studentesco di Mario Capanna e gli extraparlamentari di Lotta Continua e Avanguardia Operaia, il servizio militare a Palmanova ed i PID, Proletari in Divisa, il Manifesto, ed il CIP, Centro Iniziative Popolari del mio paese.

Il ’77 inizia in modo sorprendente, c’è più surrealismo e futurismo che marxismo-leninismo; c’è più Breton e Marinetti che Marx-Engels-Lenin- Mao Tse Tung; per tutte valga la figura leggendaria di Beccofino, che alle assemblee di Lettere sfoggiava un gladiolo ed invocava “Il potere dromedario” ed il “godimento studentesco”.

Le scritte, gli slogan echeggiavano i filosofi francesi del “desiderio desiderante” alla Deleuze/Guattari o del BIFO, al secolo Berardi Francesco, del movimento bolognese, mentre però apparivano le tre dita simbolo della pistola P38, la presenza sempre più organizzata e minacciosa di Autonomia Operaia con base romana in Via dei Volsci.

Erano due mondi che convivevano senza comunicare e presto l’egemonia in assemblea non si conquistava con le idee, gli argomenti, lo studio, le citazioni, ma con spinte e pugni per finire poi con la spranga.

Senza che ce ne rendessimo conto ci fu una sequenza di morti che cambiò la percezione dell’impegno politico e trasformo il protagonismo giovanile in smarrimento generazionale.

L’11 marzo fu ucciso lo studente Francesco Lorusso a Bologna; il 21 aprile il poliziotto Settimio Passamonti a Milano; poi nel maggio a Roma un altro poliziotto Antonio Custrà e la studentessa Giorgiana Masi.

A settembre a Bologna la manifestazione nazionale contro la repressione vide 80.000 giovani da tutta Italia partecipare ad un corteo la cui metà alzava le dita a P38; intanto il movimento femminista faceva esplodere le contraddizioni di una militanza sinora declinata al maschile e Lotta Continua stretta tra “Il personale è politico” e la lotta armata, si scioglie e l’anno dopo Aldo Moro viene rapito e comincia un’altra fosca storia.

Il movimento, il mitico “movement” iniziato a Berkley (USA) nel 1964 nella società affluente ed “a una dimensione” americana, veniva definitivamente sconfitto in Italia, nella sua speranza di cambiamento, di palingenesi creativa, nella sua Era dell’Acquario così a portata di mano.

Il ’77 si chiude con la tragedia dell’eroina, in cui migliaia di giovani militanti si gettarono non tanto, almeno io lo credo, per una evasione dalla realtà o per una nuova appartenenza, ma per una sorta di autopunizione ed autodistruzione consapevole, come espiazione solitaria della colpa di non avercela fatta; di aver supposto, immaginato, voluto, provato anche in microesperienze, un nuovo ordine sociale più giusto ed eguale ed aver ottenuto caos, sospetto, disordine e morte; i più avveduti anche con la percezione di essere stati funzionali al “Potere”.

Francesco Chiucchiurlotto (Res75)

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