Da lunedi scorso, in cui ci sono stati spoglio e risultati del taglio dei nostri parlamentari, si dovrebbe ora passare dal referendum al reformandum (necesse est).

In attesa di qualche segnale in tal senso, non c’è nessuna fretta a quanto pare, alcune cose si sono capite ed altre sarebbe bene approfondirle.

Molto interessante è per esempio riflettere sui flussi del voto per il NO, quel circa un terzo dell’elettorato, la cui consistenza maggiore è di derivazione PD, stimata dal 45% al 33% a secondo degli istituti di ricerca, cui va sommata anche una buona percentuale di astensione.

Una prima sottolineature da fare attengono intanto all’effetto traino dato dalle elezioni regionali, dove più alta è stata la partecipazione e di esse le regioni cosiddette rosse che hanno portato il PD ad essere il primo partito e quindi ad assicurarvi una grande affluenza.

Un’altra è la constatazione dell’insediamento elettorale sul territorio in cui il NO si è espresso in modo maggioritario e cioè ancora una volta nei centri storici delle grandi e medie città, il cosiddetto partito ZTL formato da ceti benestanti, colti, professionali e che già in precedenti elezioni si era rivelato essere l’èlite del Partito Democratico.

Questa conferma dimostra che la contraddizione principale interna a quel partito, vale a dire tra centro urbano e periferia e schematizzando, tra base e vertice o tra testa e pancia del popolo elettore, non si è affatto risolta ma pone interrogativi inquietanti sul futuro di esso.

Infatti il ceto elitario che gli fornisce personale politico alle strutture centrali ed ai livelli, di parlamento e di Consiglio Regionale, agli altri livelli territoriali molto meno fatta eccezione per le città metropolitane, costituisce ormai un blocco autoreferenziale caratterizzato da un modus operandi tutto interno alle sue componenti correntizie, ed anche da privilegi e familismo sempre più marcati.

E’ chiaro che la comunicazione con la base si è interrotta; le iscrizioni, i circoli territoriali, le strutture intermedie sono, quando ci sono, senza potere né capacità di dialettica e quindi di elaborazione, assolutamente necessaria, questa, per una “rinascita”.

Sembra di assistere ad un moto inerziale verso un approdo che somiglia tanto ad una deriva, che ha quella consistenza ormai fissa intorno al 20%, in un contesto che invece si muove e che porta il centro destra verso il superamento del 50% dell’elettorato, a 15 Regioni su 20, ed a tanti Comuni importanti, con la prospettiva per il prossimo anno di conquistare Capitale  e tanti altri capoluoghi.

Eppure ci sono condizioni molto favorevoli: la vittoria del SI’ ha rafforzato il governo per consentirgli la serenità propizia a spendere bene i miliardi della UE; la prova COVID 19 sembra dimostrare sinora che gli Italiani sanno comportarsi da governati consapevoli e disciplinati; che alcune importanti riforme di legislazione ordinaria sono fattibili presto e bene, come i regolamenti delle Camere, un nuovo sistema delle Conferenze Stato Citta e Regioni, il governo del territorio con la riscoperta delle aree interne e montane.

La legge elettorale invece è stata subito sospesa; non si parla del Natale a casa del cappone e se l’orizzonte di questo governo e di questo parlamento è il 2023 non se ne vede l’urgenza; chissà se nel frattempo tanto per non cambiare, si ritornasse al maggioritario come la coppia di guastatori Prodi-Veltroni si sono affrettati a proporre?

Francesco Chiucchiurlotto