Nella scienza dei metalli resilienza è il ritorno allo stato pristino, iniziale, originario di un metallo o altro simile materiale, sollecitato e costretto a trasformazioni, mutamenti, pressioni, che ne abbiano cambiato forma visibile e sostanza percettibile.

Ebbene se applicassimo questo concetto alle trasformazioni intervenute a cominciare da trenta anni fa con la simbolica Caduta del Muro di Berlino, avremmo un virtuoso processo di recupero identitario in grado di rilanciarle ed affermare i contenuti, i modus operandi, le culture che quel crollo, nel bene e nel male, ha disperso?

Il potere delle parole, delle idee, delle immagini è enorme nel villaggio global-sòcial-mediatico in cui tutti abitiamo e non posso non pensare che ci sia la possibilità di riorganizzazione anzitutto di idee, poi di individui, di persone, poi ancora di masse generazionali, che di nuovo siano ispirate, nel loro progetto di vita, da una prospettiva collettiva di riscatto universale.

Sotto le macerie del Muro, rimasero i disvalori di una utopia presto divenuta socialismo reale, incubo distopico, tirannico, ottuso, inaccettabile; ma anche tutto il contrario valoriale che coinvolse globalmente intere generazioni, che vi si opponeva.

Esse avevano tentato di contrastare l’alienazione del lavoro subordinato capitalista/finanziario; l’espandersi esponenziale delle diseguaglianze sociali; le ingiustizie e discriminazioni, che allora si chiamavano di classe; il tradimento delle ideologie, che allora erano patenti di guida sulle strade della classe operaia e contadina verso un mondo migliore, più giusto e solidale; il nemico che allora era chiaramente individuato nell’icona ottocentesca del panzone in frack e cilindro e che oggi fatichiamo sempre di più ad individuare, perché come diceva Bertold Brecht : “il nemico è alla nostra testa”

La resilienza può allora essere una necessaria pratica di riscoperta di prassi e stili di rapporto politico inter relazionale e civico, di serietà e correttezza personale che è il patrimonio più alto e spendibile di quegli anni.

Parlo di quella coscienza civica che innervava l’appartenenza ad un partito, ad una idea e prospettiva politica, ad una comunanza di idee e ragionamenti, che formava anche una comunità identitaria coesa e solidale, leale ed inclusiva.

Se si disperde quel poco che ancora resta di questo patrimonio di storie, di immagini, di cronache anche minute, di personaggi e di persone, si produrrà un danno enorme al presidio di valori e tradizioni che a fatica sta arginando la marea montante dell’egoismo personalistico e populista, del disarmato abbandono dell’agorà, del rigurgitante razzismo, delle pervasive semplificazioni fascistoidi.

Certo è che pochi in questi trent’anni hanno frugato tra le macerie del Muro per distinguere tra i calcinacci ed i ferri contorti dal cemento, cosa ci fosse da salvare, preservare, ricomporre: si è voltata una pagina, archiviata una pratica, finita non una storia, ma la storia.

Oggi sappiamo che non è così: le contraddizioni fondamentali, pace-guerra, lavoro-capitale-finanza, persona-stato, odio-amore, sono ancora lì ad interrogarci e mi pare, almeno così a me pare, che abbiamo molti meno argomenti interpretativi e propositivi di un tempo.

Francesco Chiucchiurlotto