Francesco Chiucchiurlotto

 

VITERBO – Sono andato a ricercare le foto che feci nel 2000, dal 13 al 16 gennaio, al Lingotto di Torino, quando si svolse il primo congresso dei DS, Democratici di Sinistra; eletto Segretario Walter Veltroni, all’insegna dell’”I care”, io mi interesso degli altri, di Don Milani; con Primo Ministro Massimo D’Alema, di cui mi colpì nel suo discorso la soddisfazione di aver traghettato il meglio dell’esperienza comunista verso il futuro (primo ritorno); con il Segretario del Partito Popolare, Mino Martinazzoli, di cui ricordo l’oratoria ispirata e trascinante, l’ultima della grande tradizione morotea.

Atmosfera plumbea, buia, la sola luce al palco senza podio per la nomenclatura, rosso e verde accesi lo sfondo con la scritta I CARE; ma entusiasmo comunque per quell’accoppiata vincente e finalmente unita dei gioielli di Berlinguer, Veltroni e D’Alema.

Ma poi il 16 aprile di quell’anno il DS, talmente liquido da non avere un vocabolo nel nominativo ma nel genitivo, perse alle elezioni regionali, Liguria, Lazio, Abbruzzo e Calabria, provocando la fine del 55° governo della repubblica, quello di D’Alema, anche lui alla ricerca di una legittimazione elettorale per una premiership avuta in odore di complottismo.

Secondo ritorno nel 2007 il 27 giugno, con Veltroni che enuncia al Lingotto la nuova filosofia del PD, si torna al termine Partito, con un occhio all’America di Bob Kennedy, ( il PIL non ha un anima) con alcune novità che mi colpirono: il passaggio sulle tasse, dal “Pagare tutti per pagare meno” di prodiana memoria, al “Pagare meno per pagare tutti”, senza una qualche autocritica e spiegazione; poi i leggii trasparenti all’americana, uno a destra ed uno a sinistra, su cui scorreva il testo del discorso, che veniva letto e non detto, con evidenti cali di pathos.

Scena da convention americana, il leader tra la sua gente quasi a toccarsi, alle spalle le immagini dell’Italia, bellezza, storia, gloria ecc.

Ma poi a febbraio del 2009, dopo la perdita della Regione Sardegna, le dimissioni.

Terzo ritorno al Lingotto ed al futuro di Matteo Renzi, ancora in corso; scenografia di un verdolino slavato che non trasmette sensazioni rassicuranti, ma piuttosto di fragilità ed insicurezza, così come il simbolo del trolley, la valigia con le ruote, che ispira viaggi veloci low coast e mete transitorie, dotazione minima di ricambi intimi e spazzolino/dentifricio, ritorni a breve, che conferma leggerezza culturale non solido e pesante approfondimento.

Il Lingotto era sede di lavoro della mitica classe operaia comunista; sullo stipendio dei metalmeccanici FIAT si mutuavano gli stipendi dei dirigenti e quadri del PCI; li’ nel 1980 con la marcia dei 40.000, la “maggioranza silenziosa” della piccola e media borghesia torinese iniziò il declino del PCI che si completò alcuni anni dopo con la morte di Enrico Berlinguer.

C’è in questo istinto al ritorno su luoghi mitici che rappresentano ancora origini e radici mai del tutto rimosse e sostituite un qualcosa d’incomprensibile; che c’entra Renzi con il Lingotto, con una appartenenza che ha cercato invano di rottamare? Che c’entra Renzi con la parola “COMPAGNI”, con l’evocazione del “NOI”, con tutto l’armamentario retorico che sinora aveva contraddetto, soprattutto nei fatti?

Credo sia stato un errore assumere quel toponimo come simbolo di una rivincita; piuttosto mi richiama quell’ evento istintuale fatto di misteriose onde elettromagnetiche, che porta le balene a spiaggiarsi.

Francesco Chiucchiurlotto (Res 73)

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