Una fulminante battuta sul capitalismo di Giorgio Ruffolo, altro novantenne d’eccellenza del campo socialista, recita: “Non so se ha i secoli contati”, stigmatizzando gli apocalittici che negli anni settanta ne preconizzavano l’imminente fine.
Quello che riguarda il capitalismo, il miglior sistema economico sinora praticato, nonché l’unico praticabile, riguarda tutti ed in particolare quelli che ne vogliono migliorare le performance cambiando più o meno in profondità le sue leggi di funzionamento.
Questa la secolare dialettica tra destra e sinistra, tra chi ne vorrebbe conservare i fondamentali e tra chi cambiarli; tra chi difende i valori della tradizione, della certezza, dello status quo, e chi al contrario vorrebbe imporre il nuovo, il dubbio, l’innovazione.
Chi incarna l’esistente è comunque avvantaggiato rispetto a chi “ non sa quel che trova”, naturalmente sino a quando l’esistente fallimentare ed insostenibile non collassi.
L’attuale governo giallo verde teorizza l’indistinzione tra destra e sinistra in favore di ciò che serve e ciò che funziona, cioè di un pragmatismo totalizzante che non ha bisogno di alcun approccio ideologico; l’ideologia, ricordiamolo, è un sistema coerente di preconcetti, da applicare alle dinamiche della polis.
Ora la pratica di un anno circa di governo, mi pare smentisca questi assunti: intanto perché le posizioni, di volta in volta assunte sono ascrivibili alla consueta distinzione destra/sinistra, con il vantaggio a corrente alternata, di coprire contemporaneamente posizioni di governo e di opposizione, soddisfacendo sempre il proprio elettorato di riferimento.
Cosa non nuovissima se pensiamo ad esempio al PCI, partito di lotta e di governo, che governava non solo Regioni ed enti locali, ma anche in Parlamento.
Resto convinto quindi che le contraddizioni del capitalismo finanziarizzato di oggi restino il punto di attacco decisivo per ogni politica, sia di destra che di sinistra che fosse: il mercato finanziario che domina sul capitale d’investimento produttivo e che dopo la crisi del 2008 non ha cambiato di una virgola le proprie regole; lo sconquasso ambientale che sembra interessare più i ragazzini scolarizzati che gli addetti ai lavori; gli apprendisti stregoni del risiko internazionale delle grandi potenze in gara per conquistare materie prime e sapere tecnologico.
Rimettendo i piedi della nostra analisi per terra, per esempio nella cronaca dell’elezione di Nicola Zingaretti a Segretario del PD, da una parte possiamo registrare uno sforzo di visione unitaria che tiene dentro tutto e tutti, in quel confine di valori e di obiettivi delle culture democratico cristiane e socialcomuniste, in vista di una mutazione profonda dell’attuale tripolarismo che riporti la competizione appunto tra destra e sinistra.
Dall’altra non si può non obiettare che i frutti amari del Renzismo sono una pesante palla al piede per chi si muova in quella direzione: intanto dopo la definizione di “ditta”, ne abbiamo appresa un’altra da Giachetti, quella di “baracca”, foriera di foschi presagi; poi le truppe cammellate di Camera e Senato fedeli alla linea passata che sono lì; ed infine lo scoglio più grande, quello di una legge elettorale fatta per avvelenare i pozzi di chi vince, confezionata in vista del “Partito della Nazione”, oggi vero e proprio rudere archeologico.
Chi ci salverà dalla salvinizzazione?

Francesco Chiucchiurlotto

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