Francesco Chiucchiurlotto
Francesco Chiucchiurlotto

VITERBO – Se circa seicento parlamentari nel corso della passata XVII legislatura hanno cambiato il gruppo politico nel quale erano stati eletti, e qualcuno più volte, avrà sicuramente un significato, profondo ed importante, sul quale vale la pena riflettere.

La nostra Costituzione, che Dio ce la conservi, all’art.67 è lapidaria: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.”
Senza vincolo di mandato vuol dire che il parlamentare è pienamente legittimato ad assumere posizioni anche difformi da quelle del suo partito, del suo gruppo, dell’organizzazione che lo ha eletto e dei cittadini che lo hanno votato, perché non li rappresenta, nel senso che non cura i loro interessi e le loro opinioni, perché una volta eletto rappresenta la Nazione, cioè l’intero e non la parte, cioè tutti e non i pochi.

E’ giusto questo principio costituzionale?

Il dibattito è aperto e riproposto in questi anni con forza da partiti e movimenti che hanno assunto connotati populistici; nel senso che nell’idea di popolo depositario della verità e della virtù, si scioglie ogni individualismo e viene meno ogni posizione difforme da quella di chi interpreta quella suprema volontà.

Se ci fosse vincolo di mandato e quindi sanzioni per ogni parlamentare che assume posizioni difformi da chi il mandato gli ha conferito, sino alla revoca di esso, verrebbero meno le libertà fondamentali dell’individuo e ragionando per assurdo potremmo avere un Parlamento in cui siedono soltanto i “Capi” dei partiti e dei movimenti, ciascuno con i voti ed il peso che l’elettorato gli ha conferito, a determinare le dinamiche politiche che gli apparati poi trasformano in leggi, provvedimenti, disposizioni.

Avremmo un sistema autoritario oligarchico in cui una decina di politici determinano gli indirizzi e gli interventi legislativi ed amministrativi.

Quindi l’art.67 ci protegge da scenari potenzialmente apocalittici, ma non ci protegge dal suo cattivo uso ed abuso.

Ma c’è un altro articolo della Costituzione che potrebbe farlo, quello sui partiti e che non è stato ancora attuato con legge ordinaria; l’art. 49 che recita:” Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”

Dopo 70 anni di Costituzione, il buon Dio ce la preservi, non si è ancora provveduto a legiferare sul “ metodo democratico” che i partiti debbono osservare e quindi oggi essi non avendo personalità giuridica, sono associazioni meno regolamentate di una Pro Loco, che ha leggi che la inquadrano, tutelano, configurano.

E’ uno dei paradossi più eclatanti ed ignorati del nostro sistema politico; delle semplici associazioni decidono i nostri destini, gestiscono bilanci milionari senza regole trasparenti e condivise, senza diritti e doveri certificati ed impugnabili legalmente; senza alcuna regola, freno o sanzione per cambi di casacca o mercimonio di voto o di adesione.

Ci provò Luigi Sturzo negli anni ’50 con una proposta di legge di tre articoli, poi Ugo Sposetti nel primo decennio del 2000 ed infine Matteo Richetti per il PD rottamatore e riformatore di Renzi, ma il sistema partitocratico ha validamente resistito, con i suoi difetti, i suoi paradossi, le sue pessime convenienze.

Francesco Chiucchiurlotto (Res 132)

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