Nel pieno della crisi innescata dai subprimes americani e prontamente esportata in Europa, si innescò una sorta di “economia di guerra” che passando da Berlusconi a Monti ed a Letta, provocò tanti di quei disastri in nome della salvifica austerità targata UE, che ancora ne paghiamo lo scotto: centinaia di ottimi imprenditori suicidi perché lo Stato non onorava le proprie impegnative, settori interi chiusi o dislocati, misure draconiane per pensioni e welfare e quant’altro di lacrime, sudore e sangue si poterono inventare.
Nel campo della PA (Pubblica Amministrazione) il settore degli enti locali, che rappresenta poco più del 2% della spesa pubblica, contribuì al risanamento cinque volte tanto a colpi di tagli, blocco degli investimenti e delle assunzioni ed una serie di obblighi demenziali tra i quali l’obbligo associativo per l’esercizio delle funzioni fondamentali, per i Comuni sino a 5000 abitanti, cioè il 70% del totale.
L’assunto era banale: se mettiamo insieme l’esercizio di 10 funzioni fondamentali, praticamente tutto quello che fa un Comune, si raggiungono economie di scala e sicuramente più efficienza ed efficacia; se creiamo un nuovo ente locale, l’Unione di Comuni, per questa gestione si rivoluziona l’intero assetto del governo del territorio, visto che questi Comuni ne governano il 54%, ma sono troppi.
Pura chirurgia istituzionale che non tenne conto di un millennio di storia che ha sedimentato nei secoli le forme istituzionali più adatte e rappresentative di una identità insediativa di popolazioni gelose delle proprie caratteristiche e prerogative, semplicemente perché le migliori per la loro sopravvivenza.
“Guardate che le convenzioni o i consorzi possono funzionare meglio delle Unioni in certi casi” avvertivano i più avvertiti; macchè!, Ministero, Regioni ed Anci, ribattevano che il modello da preferire era l’Unione e quello andava incentivato.
Infatti una legge, la n°78/2010, la Caldaroli, nata sulla ratio del risparmio di risorse, comincia ad indurre nuove spese, chiamate di incentivazione all’associazionismo, 40/50 milioni di euro per ciascuno degli ultimi 9 anni, che provocano semplicemente la nascita di centinaia di Unioni al solo scopo di percepire, stante la stretta finanziaria, tali risorse.
Soldi comunque benedetti, anche se sprecati per nuove sedi, nuovi organi, nuove e ripetitive prassi, nuova e pesante burocrazia.
Non solo: lo Stato crea l’Accademia delle Autonomie e la finanzia con diversi milioni di euro l’anno, con il presupposto che i Comuni da soli da non ce la fanno a capire le mirabolanti e progressive sorti costituite dall’obbligo associativo e dalle Unioni di Comuni.
Via in tutta Italia a convegni, corsi, conferenze, spesso semideserte, in cui si diffondeva il nuovo verbo.
Finalmente la Corte dei Conti nel 2015 comincia a relazionare sugli effetti di tali politiche; i conti delle Unioni sono in rosso; non c’è risparmio, ma anzi…
Poi il Ministero dell’Interno, attraverso un’analisi nazionale delle Prefetture svela che il principio dell’obbligo associativo non tiene conto dell’orografia del territorio, semplicemente delle distanze dei centri abitati, delle consuetudini e caratterizzazioni sociali e politiche delle popolazioni, dei fattori inaggregabili, che pur erano evidenti.
Succede qualcosa? Semplicemente la normativa viene prorogata sino all’ultimo Milleproroghe del 2018; cioè nessuno prende atto in sede parlamentare di quel che la stessa Corte dei Conti ed addirittura lo stesso Mininterno documentano.
La Corte Costituzionale, con sentenza n°33 depositata il 4 marzo di quest’anno dichiara incostituzionale le norme dell’obbligo associativo, ponendo fine ad una vergogna di malgoverno, inerzia, menefreghismo, che ha danneggiato il tessuto connettivo territoriale, culturale e storico del nostro Paese, costituito dagli oltre 3500 Borghi e Paesi italiani, che ora attendono una possibile inversione di politiche istituzionali e di impegno di risorse.
Tutti insieme appassionatamente nella vergogna!

Francesco Chiucchiurlotto

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