Per Annunziata Verità, oggi novantatreenne, allora staffetta partigiana, scampata al plotone d’esecuzione repubblichino e nazifascista nel 1944, fingendosi morta sotto 4 cadaveri ed attraversando un fiume e nascondendosi tra le piante di granoturco dell’altra sponda, il venticinque aprile non è una festa.

“E’ una festa?” dice di una cerimonia celebrativa cui è stata invitata “Devo mettermi l’abito da sera?” soggiunge ironica.

Questa data fatidica che segna la fine del dominio nazifascista in Italia, ancor meglio l’inizio della sconfitta militare di tre regimi totalitari allora imperanti, quelli di Italia, Germania e Giappone, è stata per lungo tempo incontestata; ha fatto parte del politically correct di generazioni d’Italiani e di risentito ritegno di una minoranza sparuta di nostalgici.

Oggi siamo nel bel mezzo di una tempesta perfetta di carattere cultural-mediatico-comunicativo in cui il significato di ogni parola, immagine, fatto, narrazione ha subito una specie di torsione semantica per la quale diviene, tale significato, labile, fungibile, provvisorio, interscambiabile.

Una vecchia foto di Matteo Salvini che lo ritrae con un mitra, diffusa il giorno di Pasqua, diviene oggetto di intere trasmissioni di approfondimento, di talk televisivi, di fondi e sottofondi giornalistici; radio, TV, carta stampata: impazziti?

Oppure ancora una volta una ben orchestrata mossa per dettare l’agenda dei media, che poi diviene quella della politica, pedissequamente e strumentalmente eseguita?

Così la recente enfasi sulla presunta caduta del governo, con giornalisti in diretta da Palazzo Chigi in attesa dell’arrivo di Di Maio: “Viene o non Viene? Arriva, arriva! Ma è arrivato?

Così il Venticinque aprile di quest’anno è inevitabilmente dentro il tritacarne mediatico attuale, con almeno tre versioni attribuibili: a Di Maio, neo interprete dei valori della Resistenza; Salvini, tiepido ed universalistico sbiaditore di essi; Zingaretti, possessore discreto del loro copy writer.

Sullo sfondo un clima di rivincita, rivisitazione, riscatto, rigurgito, rivalsa, di modernariato fascista, che si nutre di profonde radici culturali autoctone che portarono agli anni di un consenso pressochè totale, come Renzo De Felice ci ha ben descritto; ma anche di una lacunosa e comoda versione della storia del fascismo e soprattutto di Mussolini, che ne ha fatto la sinistra.

Il Venticinque Aprile può anche essere una festa, in ricordo di quella spontanea, liberatoria, popolare di allora; ma è soprattutto storia, seria e decisiva, di due concezioni e visioni del mondo, della società, dell’uomo: la libertà affermata nella nostra Costituzione, consente a tutti di esprimersi, anche a coloro che da vincitori non l’avrebbero consentito.

E’ il segno, il ricordo, il riferimento per misurare il nostro stato attuale in termini di diritti, di progresso sociale, di sviluppo materiale, per prenderne coscienza e se del caso correrne ai ripari.

Conserva una valenza necessaria, continua, irrinunciabile, quindi viva il Venticinque aprile!

Francesco Chiucchiurlotto