Influenza Spagnola

L’ Influenza Spagnola comparsa in Europa nel gennaio del 1918, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, per 2 anni, fino al 1920, ha ucciso più di 50 MILIONI di persone avendone contagiate circa un MILIARDO in tutto il mondo. E’ stata una vera Pandemia cioè un’Epidemia che ha colpito varie parti del mondo, forse nata in America nel Kansas e portata in Europa dai soldati durante la Grande Guerra. Il nome “Spagnola“ nasce dal fatto che per primi ne parlarono i giornali spagnoli che avevano libertà di stampa senza censura di guerra poiché la Spagna non partecipava al conflitto mondiale. 

La cronaca ha per oggetto la storia della famiglia di mia nonna Maria, che nel 1919 al tempo della Spagnola aveva 15 anni, e di sua madre Anna.  Si vuole ribadire l’importanza dell’ISOLAMENTO che evita il CONTAGIO dell’influenza, quando non ci sono medicine per la guarigione.

In famiglia ho spesso sentito parlare della “Spagnola” da mia mamma Felice, quando ricordava i racconti di sua madre Maria sul periodo terribile della influenza Spagnola. Me ne parlava   soprattutto quando da bambina, influenzata, io non volevo prendere le medicine. Mia mamma  sospirava dicendo:  “Quanto sarebbero state utili queste medicine al tempo della Spagnola!

Ma ancora non erano state create, soprattutto gli antibiotici!“. Ed io curiosa volevo sapere e lei era  felice di raccontare la storia della sua famiglia nel periodo del virus letale. Lei cominciò: ”Nonno  Luigi e nonna Anna avevano una piccola azienda agricola che conducevano con 2 operai i quali abitavano nella casa colonica e si occupavano di tutto,  mentre le mogli aiutavano in casa la nonna Anna. La famiglia composta da genitori e 8 figli, abitava in una grande casa al centro del paese di Allumiere vicino ai nonni paterni. Mia madre Maria insieme alle sue quattro sorelle, ormai grandicelle, la mattina accompagnava a scuola i tre fratellini piccoli. Era il gennaio del 1919 ed ogni giorno mancava a scuola qualche alunno con la propria madre. Una mattina, uno “Strillone“ con la sua campanella,  passando per il paese, avvisò la popolazione che era arrivata  l‘ influenza Spagnola e che, per decreto del Podestà, c‘era l’obbligo di stare chiusi in casa per evitare il contagio, poiché non c’erano medicine per curarla. Il chinino (una medicina molto usata all’epoca) non era efficace. Cominciava la diffusione del Virus.  Mentre nella piazza del paese molte donne contestavano l’avviso e non credevano a ciò che avevano sentito, perdendo tempo prezioso, mia  nonna Anna,  donna forte e coraggiosa, senza esitare e senza interpellarci fece le poche valigie per tutti.  Mio nonno, consapevole, caricò le valigie sul calessino e le portò nella casa di campagna non lontana, e tutti noi, arrabbiati, lo raggiungemmo a piedi. In campagna poi ci spiegò che, per non ammalarsi di febbre, si doveva stare lontano dalla gente, in Isolamento; Proteste delle sorelle (una era già fidanzata) e proteste dei fratellini, che volevano stare in paese a giocare con gli amici. Quando poi in campagna per molti giorni sentirono suonare mattina e sera le campane della chiesa del paese con il suono che indicava il funerale, capirono e si preoccuparono.

Passarono molti giorni tristi ed anche mesi, ed i morti per contagio furono tanti. Il nonno Luigi, per isolarci da tutti, rinforzò la recinzione intorno al casale e all’orto e mise un secondo lucchetto nel grande cancello.  Gli operai vivevano nella capanna e badavano alle pecore ed agli animali, e ci procuravano latte carne uova, mentre molte persone in paese morivano di fame. Quasi ogni giorno dei conoscenti venivano a chiedere il cibo e la nonna Anna, pia donna, lo dava loro. Anche la legna da ardere, che noi avevamo, era preziosa per accendere il fuoco, per riscaldarsi e per cucinare.  Lei allora ogni giorno accatastava un po’ di legna fuori dal cancello per farla prendere a chi ne avesse avuto bisogno, senza chiederla. In primavera c’era molta verdura e nell’orto ci furono vari tentativi di furto e di violenza.  Il nonno allora, per protezione, prese con sé il fucile e la sera lo teneva sempre vicino al letto. Un giorno al cancello si presentò un uomo molto magro e malandato che chiamò mio nonno Luigi, con voce roca, dicendo che aveva la febbre e aveva fame. Solo il nonno lo riconobbe: era suo fratello minore Aldo, il quale, ritornato dalla guerra, non aveva trovato nessuno nella casa dei genitori al paese. Seppe allora che erano morti da circa un anno. I due fratelli piansero insieme ricordandoli, mentre la nonna Anna riempiva una cesta di frutta pane verdura e una bottiglia di latte. Poi il nonno gli dette un po’ di pane da mangiare subito e le chiavi di casa dei genitori, ma non lo fece entrare per il timore del contagio e lo zio capì. La sera a cena il nonno pianse per non aver potuto accogliere lo zio Aldo e disse: “Questo sfortunato fratello dopo la guerra è venuto a morire qui di fame e di Spagnola! “.  Da allora, ogni giorno andava alla fine della strada a portare la cesta del cibo cucinato dalla nonna e lo aspettava per consegnargliela, ma senza mai avvicinarsi. Lo sosteneva con il suo amore fraterno. Venne l’estate, le giornate afose passavano lentamente facendo i lavori domestici, facendo il pane, cucinando. A volte la primogenita di 20 anni faceva fare gli esercizi di calcolo ai fratellini e qualche dettato. La nonna Anna diceva che la fortuna l’aveva assistita. Infatti ebbero cibo in abbondanza e la carne non mancò mai, ma di pecora, gli agnellini li avevano mangiati a Pasqua. Mia madre Maria mi confessò di non sopportare più la carne di pecora, senza disprezzo: sapeva bene che aveva salvato loro la vita, ma il suo odore acre le ricordava quel periodo e nonna Anna che tutte le sere con l’ansia negli occhi metteva la mano sulla fronte dei figli a turno, perché temeva la febbre. Fortunatamente andò tutto bene. La cosa sgradevole, ma necessaria, era mangiare tutti i giorni una bruschetta con tanto aglio. Nonna Anna diceva che era una cura, come l’isolamento. E aveva ragione.

Un pomeriggio arrivò al cancello il fidanzato della sorella maggiore, era sano e salvo, ma  il nonno   non lo fece entrare, tenne il cancello chiuso. Lui portò notizie sulla situazione del paese e molti morti erano cari amici. Alla fine di settembre passò sulla strada, a benedire, il parroco del paese con  pochi fedeli sopravvissuti. Si appoggiò al cancello e lesse il comunicato del Podestà: la Spagnola  era finita. Fu una gioia incontenibile, si sentivano in lontananza suoni, grida tamburi, ma solo i primi di ottobre, quando cominciò la scuola, il nonno riportò la famiglia al paese e disse: “La prudenza  non è mai troppa“. Si ripresero le solite abitudini, ma erano tutti molto tristi per la mancanza delle molte amicizie scomparse. La famiglia vinse il virus con l’isolamento, grazie alla previdenza della nonna Anna e grazie al Buon Dio”.   Mia mamma Felice concluse così il racconto di vita che ricordava spesso.

In questo periodo di incertezza, di sospetto verso le persone per paura del contagio, ho spesso ripensato a ciò che ha raccontato mia mamma Felice che ora ha 93 anni, ed ho sentito molto vicine la nonna Maria e sua madre Anna, e cerco di mettere in pratica i loro insegnamenti per la mia famiglia. E’ passato un secolo, ma per vincere il Coronavirus, spesso letale e per il quale non c’è ancora la cura, è necessario l’ISOLAMENTO che evita il Contagio, proprio come un secolo fa al tempo della Spagnola.

                                                                                                                            Antonia Carlini

Antonia Carlini
Nella foto: Antonia Carlini